Schiaffino. L’uomo che veniva da lontano

Articolo a cura di Alberto Capilupi

Il ritratto completo di un uomo prima ancora che di un campione
11 Giugno 2026
C’è un nome che ha cambiato la storia del calcio mondiale, ma che oggi in pochi ricordano davvero. È quello di Juan Alberto Schiaffino, il campione uruguaiano che nel 1950 firmò una delle imprese più clamorose di sempre, il “Maracanazo”, facendo piombare nel silenzio un intero stadio e riscrivendo per sempre il destino del calcio. Eppure, nonostante il suo talento abbia influenzato generazioni di giocatori e osservatori, in Italia non gli era mai stata dedicata una vera biografia.
Da questa lacuna nasce Schiaffino. L’uomo che veniva da lontano, (Edizioni Minerva, 336 pp.) il nuovo libro pubblicato da Edizioni Minerva e firmato da Massimiliano Castellani e Adalberto Scemma.
Il volume si presenta come un racconto ampio e avvolgente, capace di restituire al lettore non solo il profilo di un fuoriclasse assoluto, ma anche il contesto umano, storico e culturale in cui è maturata la sua grandezza. Schiaffino non è soltanto il protagonista di una vittoria leggendaria, ma l’incarnazione di un calcio elegante e pensante, essenziale nei gesti e rivoluzionario nella visione di gioco, come sottolinea anche la prefazione di Massimo Raffaeli. Castellani e Scemma costruiscono una narrazione che attraversa epoche e continenti, partendo dalle radici liguri della famiglia Schiaffino, emigrata in Uruguay, fino ad arrivare ai grandi palcoscenici europei, dove “Pepe” ha lasciato il segno con le maglie del Milan e della Roma. Un viaggio che intreccia sport e migrazione, memoria e identità, restituendo al lettore un ritratto completo di un uomo prima ancora che di un campione.
Il libro alterna la ricostruzione cronologica della carriera a testimonianze dirette, analisi tecniche e incursioni nel mondo della letteratura, mostrando come Schiaffino sia stato non solo un calciatore straordinario ma anche un punto di riferimento culturale. Un “direttore d’orchestra” del gioco, capace di unire semplicità ed efficacia, eleganza e concretezza, diventando modello per intere generazioni e fonte d’ispirazione anche per artisti e scrittori. Schiaffino. L’uomo che veniva da lontano è così molto più di una biografia sportiva: è un’opera che restituisce voce a un mito dimenticato e, allo stesso tempo, racconta un calcio che oggi sembra lontanissimo, ma che continua a vivere nella memoria di chi lo ha amato.

GLI AUTORI
Massimiliano Castellani è nato a Spoleto nel periodo che intercorre tra la diretta (tv) “lunare” di Tito Stagno, la strage di piazza Fontana e l’unica cavalcata trionfale del Cagliari di Gigi Riva. Episodi degni di una vocazione futura da giornalista: oggi è inviato del quotidiano “Avvenire”, per cui scrive di cronache, sport, cultura, e spettacoli. Da sempre si occupa dello stretto rapporto tra sport e letteratura, convinto che il calcio nonostante tutto sia una disciplina socialmente utile e il più bello spettacolo dopo il Big Bang. Per questo motivo, finora ha pubblicato solo libri a “sfondo calcistico e sportivo”: Palla avvelenata. Morti misteriose doping e sospetti nel calcio italiano (Bradipolibri); Continuano a pensare con i piedi (Sugarco); Sla. Il male oscuro del pallone (GoalBook). Con Adam Smulevich Un calcio al razzismo. 20 lezioni contro l’odio (Giuntina) e A Futura Memoria (Minerva). E grazie ai faldoni di articoli scritti e a queste pubblicazioni, può fregiarsi con un pizzico di vanità del suo “triplete” personale: il premio Coni per sport e costume, il premio Fair Play Gianni Brera” e il premio Gianni Mura per il giornalismo sportivo.
Adalberto Scemma è docente di giornalismo e letteratura sportiva all’Università di Verona. Ha realizzato come inviato speciale reportage e inchieste di cronaca e di costume e ha seguito i maggiori avvenimenti sportivi vincendo il prestigioso premio Carlin per gli articoli sul Mondiale di calcio di Mexico 86. Tra i suoi libri, il romanzo L’Archipiero (Garzanti, 1984), La favola del lago (Vallardi, 1985, con Ferdinando Albertazzi), Calciatori, lavori socialmente inutili (Sonda, 2001), Il profe che insegnava a sbagliare (Fuorionda, 2020), Per Gianni Mura (Zerotre, 2021), Per Gianni Brera l’Arcimatto (Zerotre, 2022).

LA PREFAZIONE

                                  PREFAZIONE
  Memoria di un classico


                                                                     “… un calcio vellutato …”
                                                                      José Altafini, ad vocem

  di Massimo Raffaeli

Se la domanda fatale su chi sia stato il più grande calciatore di ogni tempo, se Pelé o Diego Armando Maradona, è destinata a rimanere in sospeso per un eterno ballottaggio, non dovrebbero esserci dubbi, viceversa, sul fatto che Alfredo Di Stéfano sia stato il più completo e Johan Cruijff il giocatore più moderno della storia del calcio. Tuttavia in un simile Gotha non sempre viene annoverato colui che fu il giocatore più “clàsico sia nel senso della semplicità o essenzialità dei gesti atletici sia in quello di una eleganza mai ostentata e, anzi, dissimulata nella perfetta economia di un gioco senza fronzoli, teso non allo spettacolo fine a sé stesso ma a un’efficacia così immediata da sembrare naturale. “Clàsico”, in ogni senso, è stato il gioco di Juan Alberto Schiaffino detto Pepe (1925-2002), uruguagio di ascendenti liguri che ha vestito la maglia del Peñarol (e, prima, delle giovanili dell’antipode Nacional), poi in Italia le casacche del Milan e della Roma, dove ha concluso la carriera nel ’62, celeberrimo per avere conquistato con l’Uruguay la Coppa Rimet nel 1950 segnando un gol al Brasile ospitante nella finale, davanti ai 200.000 sgomenti del Maracanã, passata alla storia con l’appellativo vanamente esorcistico di Maracanazo.
Anche il profilo di Schiaffino, a rivederlo nelle prime collezioni Panini o nelle immagini di repertorio, è classico, elegante: fisico sdutto e longilineo, capelli cortissimi e ordinati da un velo di brillantina, volto segnato dalle rughe di chi è abituato a pensare, il suo sembra il corpo di un ballerino e non è un caso che le immagini residue del campione, in youtube, siano spesso accompagnate dai tanghi di Gardel o di Enrique S. Discépolo. Il carattere riservato, chiuso nell’amore esclusivo per sua moglie Angelica, la natura malinconica e persino ipocondriaca non escludevano, a momenti, attacchi d’ira che i compagni di spogliatoio prendevano comunque per quello che erano e cioè segni ascetici della ricerca di perfezione o di compiutezza nel gioco, insomma gesti di insofferenza e insieme di intransigenza che rivelavano la sua divisa etica. Che a Juan Alberto Schiaffino (menzionato in una canzone di Paolo Conte quale pura apparizione dell’altrove) non fosse a tutt’oggi dedicata una monografia comme il faut deve avere convinto, in occasione del centenario della nascita, a colmare la lacuna Massimiliano Castellani e Adalberto Scemma: questo libro, così ricco e articolato, rappresenta dunque un atto riparatorio dove si incontrano, alla maniera di un combinato disposto, il giornalismo d’inchiesta dell’uno e la filologia calcistica dell’altro. Non ne esce semplicemente la biografia di un fuoriclasse ma la mappa di un calcio (o fútbol, alla sudamericana) che non esiste più cui noi guardiamo, dalla facoltosa e vanitosa indigenza dell’oggi, come ad una età dell’oro ovvero, con la nostalgia che si stempera nei più anziani in acre malinconia, come a un paradiso perduto.
La biografia si divide in due parti convergenti, la prima ha un decorso cronologico e ritmato dalla carriera di Schiaffino mentre l’altra è una galleria di testimonianze da parte di ex compagni (fra gli altri Alcides Ghiggia che, vinse con lui il Mondiale di Rio, e José Altafini, Cesare Maldini, Gianni Rivera suoi compagni al Milan), di tecnici che lo ebbero in squadra come il sempre poco rammentato Luigi “Cina” Bonizzoni e infine di alcuni scrittori tra cui non possono mancare Osvaldo Soriano e l’uruguagio Edoardo Galeano che nel suo libro canonico, El fútbol a sol y sombra (da noi tradotto con un balzachiano ma un poco fuorviante Splendori e miserie del gioco del calcio) lo innalza a campione eponimo dell’Uruguay esprimendo, nel frattempo, tutta la frustrazione di un acerrimo tifoso del Nacional di Montevideo che ha visto andarsene di colpo, per passare al nemico, il suo pupillo. In una simile polifonia c’è totale concordia sul fatto che Schiaffino sia stato in campo quello che in Sudamerica viene definito hombre orquesta, un vero e proprio direttore d’orchestra. Castellani e Scemma chiariscono con dovizia di documenti come l’ascesa al podio non sia stata immediata ma l’esito di un duro e silenzioso apprentissage. Lo Schiaffino dell’Uruguay 1950, pur disponendo di grandi qualità native, non è ancora il baricentro della squadra ma piuttosto ne è il rifinitore squisito e, al bisogno, l’attaccante aggiunto che va a rete indifferentemente coi due piedi: chi comanda il gioco, alla stregua degli antichi centromediani metodisti, è invece Obdulio Varela, un dio minore e mulatto cui Soriano ha dedicato uno dei racconti più belli in Artisti, pazzi e criminali; lo stesso accade nel suo primo Milan (fra il ’55 e il ’60, tre campionati vinti) dove chi detta le regole del gioco, aitante e impassibile come un sacerdote buddista, è comunque il vecchio Nils Liedholm, piazzato davanti alla difesa. La piena maturità di Schiaffino è acquisita solo nel momento in cui ne eredita il ruolo e ne avanza la dinamica al centro esatto del campo in cui agisce da metronomo: passato alla Roma, fungerà da tramite fra i giovani De Sisti, Alberto Orlando, Menichelli e i più anziani Manfredini e Lojacono duettando volentieri con un altro campione di classe veramente astrale, Antonio Valentìn Angelillo. C’è in particolare un gesto tecnico tante volte da lui ripetuto che ne caratterizza la elementare semplicità del gioco ed è quando, spalle alla porta avversaria, egli retrocede a ricevere la palla ma fa perno sul sinistro per voltarsi all’improvviso e smarcare un compagno lanciandolo di destro in profondità. È un gesto che i suoi prosecutori o coloro che si sono sentiti suoi eredi hanno fatalmente ripetuto: tante volte lo ha fatto il grande Enzo Francescoli, venerato da Zizou Zidane, e senz’altro Gianni Rivera che esordì sedicenne al suo cospetto: il quarto gol del Milan all’Ajax nella finale di Coppa dei Campioni ’69, quando Rivera serve in area un dolcissimo lob a Pierino Prati, è un’autentica citazione del maestro visto che i classici, vale ricordarlo, esistono proprio per essere citati. Ecco quanto rispose Gianni Brera su “Repubblica”, nella rubrica delle lettere, a chi una volta gli chiedeva di Schiaffino e del suo possibile erede: “Schiaffino è rimasto nella mia memoria come uno dei massimi facitori di gioco mai conosciuti: ogni suo appoggio accendeva la luce. Giocava benissimo in difesa e in attacco: quando occorreva sapeva anche goleare (benché l’abbia visto sbagliare due volte la palla del 3-2 con l’Ungheria nel 1954 a Losanna). Rivera era dotato di grandissima eleganza. In certe pose di attesa ricordava il David di Michelangelo. Batteva il destro con sublime nitore. Aveva il tiro forte, non potente. Non correva al recupero con la dedizione necessaria. Costruiva da lontano con efficacia rara. Vicino a Pepe Es-ciafin avrei messo più volentieri Valentino Mazzola. Rivera l’avrei tenuto per l’estrema destra come Conti, fantasista magnifico”. Sic et simpliciter.
Che il vecchio Pepe, con tutta la sua umbratile riservatezza, ambisse se non al monumento almeno a qualcosa che ne testimoniasse la grandezza di calciatore e, prima ancora, la coerenza incorrotta di uomo dal pessimo carattere, lo attestano le pagine di un’autobiografia mai conclusa (ne rimangono soltanto degli squarci) né pubblicata se non nel 2024 in Uruguay con il titolo La memoria de Schiaffino e a cura di Eduardo Rivas. Nel tracciare la parabola di Pepe, che anche per iscritto si rivela un uomo molto puntiglioso, Castellani e Scemma la utilizzano muovendo nel loro racconto dalla palla di stracci calciata con il fratello Raúl dal Barrio Sur di Montevideo: a chiudere il cerchio, lì Pepe ritorna per la quiescenza tutta dedicata ad Angelica nonostante alcuni incarichi, ma temporanei e di carattere formale, affidatigli dalla Federcalcio del suo paese (che resta l’Uruguay, perché la comparsata da oriundo con maglia azzurra, accettata per motivi geopolitici, finisce a Belfast un pomeriggio del gennaio ’58 con la sconfitta ignominiosa che esclude l’Italia dai Mondiali in Svezia). Dopo il ritiro, gli ultimi anni per lui sono i più silenziosi di sempre: nella bellissima puntata dedicatagli una trentina di anni fa da El partido del siglo, la serie televisiva scritta da Jorge Valdano per la spagnola Canal + e presentata in versione italiana dal suo vecchio compagno José Altafini, si vede Pepe pescare con la canna da un molo mentre sta ricordando i trascorsi calcistici che vorrebbe vedere finalmente ricomposti in un’unica figura di senso, la stessa che nella Memoria riconduce ai valori della serietà, applicazione, concentrazione, umiltà. Non occorre dirlo ma queste sono, per l’appunto, le virtù di ogni classico.

                                                  Massimo Raffaeli

PARERI E RECENSIONI 

BIBLIOCALCIO

AUTORE: Adalberto Scemma e Massimiliano Castellani
EDITORE: Minerva
ANNO DI PUBBLICAZIONE: 2026
PREZZO: 20
PAGINE: 336
Premessa: questo libro è quanto di meglio potessi chiedere in termini di contenuti e di qualità intrinseca della prosa, vertendo su uno dei miei miti calcistici assoluti e trovando forma nelle parole mai banali e competenti di Adalberto Scemma e Massimiliano Castellani,
La figura di Juan Alberto Schiaffino viene raccontata per la prima volta in una pubblicazione italiana con una dovizia di particolari ed una passione assolute, in grado di portare il lettore a rivivere la grande carriera del Pepe, anche attraverso le sue peculiarità caratteriali ed il giudizio di chi l’ha conosciuto bene. Pregio assoluto dei due autori è quello di raccontare oltre vent’anni di calcio di assoluto fascino, con le virtù di Schiaffino che fungono da strumento di indagine per ripercorrere partite e calciatori entrati di diritto nella leggenda di questo sport.
L’unicità del fenomeno uruguagio è resa in definizione come quella meravigliosa di “caleidoscopio calcistico”, in grado di mettere d’accordo tanto la corrente dei giochisti, sia quella dei risultatisti. I contributi dei grandi del giornalismo italiano in tal senso sono tanti e tutti davvero significativa, per la fortuna del lettore che può letteralmente bearsi della parola di Gianni Brera, Giovanni Arpino o Emilio Di Martino tra gli altri.
Sono tantissimi i dettagli e gli aneddoti, anche curiosi, che Scemma e Castellani riportano alla mente o fanno scoprire per la prima volta, cadenzando la narrazione come se stessimo ammirando una veronica di Schiaffino o un suo articolato passaggio, come sempre attraverso il “radar nel cervello” da lui posseduto, o il famigerato “terzo occhio” del quale sarebbe stato notato. Per non parlare di un’ipotetica “vista dall’alto” che gli consentiva di monitorare tutto il campo….
Tecnicamente e tatticamente parlando è molto bella la descrizione del suo legame con Nils Liedholm, dall’alto di una sagacia e di una tecnica di primissimo ordine, ottimamente resa al pari delle varie alchimie tattiche in voga durante la carriera del Pepe; in tal senso non sapevo che, inizialmente, il terzetto Ricagni-Schiaffino_Nordahl fosse etichettato come Ri-Schia-No. Molto ben dettagliata ed intrigante è l’analisi tecnico/tattiva dell’Uruguay del 1950, epicentro per certi versi della carriera di Schiaffino, precisa e volutamente collegata alla Celeste di 20 anni prima, per la gioia di chi, come il sottoscritto, venere quella fase leggendaria del calcio sudamericano e mondiale.
Uno dei libri più belli che abbia mail letto in assoluto, assolutamente atto a colmare la lacuna inerente alle mancate pubblicazioni su di un autentico fenomeno della sua epoca, degno di figurare, secondo Gianni Brera, tra i cinque più grandi della storia del calcio. D’altra parte, per gli uruguaiani è El dios del fútbol….
Giovanni Fasani



  
LA REPUBBLICA
Il capitolo Schiaffino
di Angelo Carotenuto

 
Adalberto Scemma e Massimiliano Castellani fanno luce su un nome leggendario e tutto sommato misterioso con il libro “Schiaffino. L’uomo che veniva da lontano”

A quasi ottant’anni dal Maracanazo, la sconfitta più tragica nella storia della Coppa del mondo, una vera biografia italiana di Juan Alberto Schiaffino ancora mancava. Adalberto Scemma e Massimiliano Castellani hanno colmato il vuoto con un libro che non si ferma al racconto di un grande regista arrivato da un altro calcio, ma fanno luce su un nome leggendario e tutto sommato misterioso, rimasto a lungo chiuso dentro delle formule. Schiaffino. L’uomo che veniva da lontano (Minerva Edizioni nella collana Oltre il Novantesimo, 2026, 336 pagine) non può certo sottrarsi all’imparabile riferimento a Paolo Conte, a quel passaggio sulla genialità che sta in Sud America; ma proprio per questo il campione è anche altro, un emigrante, un italiano di ritorno, un mito orale che non ha fatto in tempo a diventare archivio televisivo.
In casi del genere, si può cadere vittime dell’equivoco che si tratti di un libro per nostalgici, e invece si tratta di un passaggio di consegne, com’è evidente dalla prefazione di Massimo Raffaeli. I grandi di quel tempo sono sopravvissuti in racconti e frammenti, fotografie e testimonianze. Sono nelle frasi di quei pionieri della cronaca sportiva che ebbero il privilegio di vederli, uomini che Gian Paolo Ormezzano chiamava i cantori, così bravi da riuscire a trovare le parole anche per descrivere le puzze.
Scrivere di Schiaffino significa tramandare un modo di riferire il calcio, e dunque salvarlo, farlo vivere ancora. Schiaffino è stato un ponte su molte cose, tra Camogli e l’Oceano, poi tra l‘Uruguay e l’Italia, da un punto di vista calcistico tra il mito e le prime tattiche. Ha portato ordine nelle squadre prima che il ruolo del regista fosse codificato. In un mondo che oggi vive di dati, sapere dell’esistenza di Schiaffino spinge a domandarsi come si misura la grandezza quando non basta YouTube.
I campioni come lui rischiano una sorte curiosa. Sono troppo famosi per sparire, ma troppo lontani per esserci familiari. Schiaffino ha giganteggiato in un’epoca nella quale la grandezza poteva essere invisibile e immaginaria. Scemma e Castellani hanno fatto un lavoro prezioso, provando a rimettere carne sulle ossa dei cliché e movimento nella figura di questo campione diventato per noi gente del Duemila una statua immobile, un’eco nel silenzio. Schiaffino è uno di quei capitoli del calcio da conoscere, per capire da dove viene il gioco che guardiamo ancora oggi.

L'ADIGE 
e
TUTTOSPORT

 
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