Un “amarcord” in chiave calcistica colmo di struggente provocatoria nostalgia.
Sullo stato di salute del nostro calcio la Federazione fornisce una caterva di dati ma manca quello più importante: qual è l’indice della passione per il calcio dei ragazzi di oggi, vittime di troppe distrazioni? Nelle ristrettezze del dopoguerra, con una diffusa povertà, si giocava nelle piazze quasi deserte, nei cortili delle case popolari, nei vicoli, negli spazi antistanti le chiese o negli oratori, per i più fortunati. non esistevano le dinamiche del parco giochi, le frequenze negli oratori per i più fortunati. Questi erano allora gli stadi ideali ove si giocava prima con una palla di stracci legata da uno spago o da un elastico tratto dalla camera d’aria di una bicicletta. Poi venne la palla di gomma. Tutto questo affinava l’equilibrio biomeccanico, il controllo di palla, la fantasia e stimolava il gesto più creativo del talento, quello del dribbling -inteso come vittoria individuale su un avversario- unitamente alla suprema gioia del gol realizzato tra due sassi o tra due cartelle scolastiche che simulavano la porta.
Si giocava con scarpe risuolate, altra difficoltà per affinare il controllo di palla, anche sognando di giocare un giorno in una grande squadra, ma non era questo il pensiero fisso, né tantomeno quello di fare soldi firmando contratti milionari, di diventare popolari, di sposare veline o di girare con macchine lussuose.
Altro fine fondamentale era quello di fare socializzazione, amicizia, non di sposare veline e di diventare professionisti. L’obiettivo era quello di divertirsi in libera gioiosa competizione, in altre parole si sognare. Così si giocava per ore e ore con sfide che finivano con punteggi da pallottoliere (tre corner un rigore!).
Tutto il contesto stimolava tecnica, talento, dribbling, che venivano esaltati e affinati. Ora tutto questo calcio, tutto questo mondo, non esiste più, il progresso economico lo ha spazzando via: strade, piazze, cortili, campetti improvvisati, oratori – pochi, anche se ora si tenta un faticoso recupero- sono interdetti. Pure sulle spiagge (sia su quelle a pagamento che su quelle libere) è vietato giocare.
Oggi quel mondo “artigianale”, un po’ rozzo ma vero, autentico, non esiste più; eppure quel mondo ha prodotto talenti a non finire nati dall’umiltà, dal sacrificio, dal sudore, da umili sogni. Questa cultura del rispetto, del sacrificio, del gioioso sudore, è scomparsa.
Si è perso il gusto del gioco per il gioco, del dribbling, spesso vietato degli istruttori, che andrebbero a loro volta istruiti, e che per i bambini erano il massimo della fantasia, della libertà, del confronto individuale e dei loro sogni leggeri come ali di farfalle.
Ora i bambini vanno alle scuole calcio, pagate dalle famiglie che ne hanno le possibilità economiche. Il diritto allo sport è diritto democratico: tutti dovrebbero poter giocare senza pagare. Le vecchie scarpe risuolate sono sparite, abbiamo eleganti scarpini da calcio, zainetti griffati e divise ufficiali. I bambini si sentono già dei talenti, degli aspiranti professionisti e sognano, complici di genitori, popolarità, soldi, vita agiata con macchine lussuose con cui scarrozzare le veline. Nelle partite tra bambini regnano complici ambiziosi, istruttori-allenatori che puntano al risultato immediato per passare subito nel mondo dorato del professionismo, tattica e agonismo esasperato. L’avversario è un nemico, deve essere distrutto, annientato, e l’arbitro, complice l’atteggiamento tenuto spesso dai genitori, se non fischia nostro favore è un venduto. Se poi il ragazzo o gioca poco o gioca in un ruolo ritenuto sbagliato, allora l’allenatore è una testa di cavolo per non dire di peggio.
Tutto questo accade perché già a questa età una cultura tossica ora dominante li spinge a primeggiare e vincere costi quello che costi, poi ci sarà sempre il tempo per imparare a calciare bene il pallone…A bordo campo spesso i genitori, talvolta soprattutto le mamme, l’annotazione è triste, urlano contro gli avversari e contro l’arbitro. In questo urlo viscerale gli psicologi scorgono un odio inconscio verso sé stessi, le proprie insoddisfazioni, i propri sogni mancati, i propri fallimenti. I giovani devono invece giocare liberamente, non dobbiamo mortificare il loro talento con una metodologia impositiva, devono sbagliare per imparare e crescere (si impara solo attraverso la coscienza del proprio errore!), vanno educati al senso di appartenenza, alla generosità, all’etica, ai valori morali che sono più importanti della stessa tecnica e delle fisicità.
La tattica esasperata, i movimenti organizzati geometrici che spengono creatività e fantasia, vanno bene nelle prime squadre, dove talvolta il risultato è questione di sopravvivenza. Ci sarà pure un motivo se in altri sport, vedi atletica nuoto, pallavolo, tennis, basket, tanto per citarne alcuni, vi sono talenti di spessore mondiale. Tutto questo accade perché in questi mondi vi è ancora la cultura del sacrificio, del duro lavoro senza l’abbaglio della popolarità, del facile denaro, del successo ad ogni costo. I media del resto offrono largo spazio, alle notizie e alle immagini di questa incredibile e vincente Italia solo quando Mondiali e ori olimpici, per poi spegnere la loro attenzione perché tutto ruota attorno al mondo dorato del calcio sempre più indebitato e sempre più privo di veri talenti, almeno quelli nostrani! Dopo l’Under 21 molti giovani calciatori sottoutilizzati nelle prime squadre vanno dispersi con prestiti nelle serie inferiori da cui pochi faranno ritorno alla casa madre.
Poiché non tutti hanno lo stesso tempo di maturazione (e questo avviene soltanto con un costante impegno agonistico) urge creare e imporre alle società professionistiche squadre che partecipino a veri campionati di B o C rimanendo sempre sotto il diretto controllo degli istruttori della casa madre e completando così la totale maturazione del loro potenziale talento. A questo punto verrebbe da esclamare ricorrendo a un invito carico di provocatoria nostalgia: “Ridate ai bimbi la palla di stracci!”. In altri termini, restituite ai bimbi i loro preziosi sogni, la loro verginale libertà, la “palla di stracci”, appunto. È solo uno splendido sogno, ma nulla vieta di sognare.
Romano Matte’
Carissimo Romano,
ho letto con attenzione il tuo scritto e ti ringrazio di cuore per averlo condiviso con me. Mi ha colpito tantissimo: non è solo un testo sul calcio ma un vero pezzo di vita, intriso di passione, ricordi e valori autentici.
Hai una capacità rara di evocare immagini vice – la palla di stracci, i cortili, gli oratori- che fanno rivivere un mondo che non deve andare perduto. Allo stesso tempo sai unire nostalgia e riflessione critica, ricordandoci che lo sport non è solo tecnica o risultati ma soprattutto amicizia, sacrificio, socializzazione ed etica.
Il tuto scritto è un piccolo manifesto: fa riflettere, emoziona e lascia aperta la speranza di un futuro migliore, dentro e fuori dal campo. È un dono prezioso, che custodirò con gratitudine.
Grazie ancora, davvero.
Un abbraccio,
Mimmo Annese

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