Articolo di Adalberto Scemma
Giovanni Piubello, chi era costui? A domanda retorica, risposta pleonastica: era (ed è) il più grande tra gli scrittori mantovani del secolo scorso. Veronese di San Bonifacio per via dei natali ma ben presto inurbato da noi (Piazzetta San Barnaba): lo ricorda ancora oggi la targa applicata sul muro sbrecciato di fianco alla chiesa, in quella casa d’angolo al primo piano dove per decenni “Nani” ha scritto notte dopo notte, spesso a lume di candela, le sue piroettanti, lucidissime, smagate storie di vita. La sua e quelle di tanti di noi.
Dalla sua nascita sono passati più di cent’anni. Il giro del tempo ha scandito il rincocco del secolo il 24 giugno del 2021 ma nessuno, tra i tanti “matti beati” di questa nostra stralunata città, ha trovato il tempo e il modo di ricordarsene. Era l’anno del covid e il covid (bonne a tout faire) ha steso un ampio lenzuolo a coprire anche i vuoti di memoria e tuttavia una ricorrenza come quella del centenario di Giovanni Piubello, talmente definita da apparire un fermo immagine, non sarebbe potuta né dovuta passare sotto silenzio.
Il fiume dei ricordi, anche stavolta, ignora la siccità, non corre il rischio di secche improvvise, ha una portata che procede in accelerazione come il tempo della nostra vita. E così, una volta delineato il ritmo della corrente, ecco che trascina di tutto, testimonianze, banalità, approfondimenti, amenità, speranze. E una serena nostalgia, come quella che mi suggerisce ora il ricordo di Giovani Piubello, definito da Brera il “Čechov della Bassa”.
Brera lo aveva presentato così ai lettori del Guerin Sportivo, aggiungendo una postilla: “Narratore, senza briglie, di ineffabili storie minimal”. Con un unico freno, però senza rimedio: la timidezza. Quella timidezza, o ritrosia, o malcelato orgoglio intellettuale, che a giudizio di Brera avrebbe finito per limitare l’afflato creativo di Piubello, compresso lungo l’asse Piazzetta San Barnaba-Portici Broletto e votato inesorabilmente all’oblio. Era il destino degli scrittori di nicchia.
Spirito critico lungimirante, Brera aveva intuito ciò che nel giro di un breve battito d’anni sarebbe potuto accadere con il ricordo di Giovanni Piubello e delle sue meraviglie espressive, consegnate all’archivio senza riuscire a godere, in proiezione, di un adeguato approfondimento critico. Non a caso nel 2003, a vent’anni dalla scomparsa, il nome di Piubello era pressoché ignorato dalle giovani generazioni. E tale sarebbe rimasto se a toglierlo da ogni possibile definitivo oblio non fosse intervenuta la presenza affettuosa di Mario Artioli e Vladimiro Bertazzoni, cui si deve l’opera certosina di scouting (sic!) e di assemblaggio che ha portato alla pubblicazione dell’opera omnia dello scrittore, i quattro volumi dell’Album Piubello editati da Sometti. In questi volumi c’è anche la storia che Artioli e Bertazzoni hanno voluto scrivessi in ricordo di Gianni & Giovanni. Eccola.
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…quando Gianni Brera passò la notte della domenica a leggere Matti beati, esordio letterario di *Giovanni Piubello, e il lunedì cominciò l’articolo – simbiosi ipnotica – con la parola “…quando”.
Redazione del Guerin Sportivo, piazza Duca d’Aosta in Milano, ottavo piano. La stanza di Brera intossicata dal fumo, le vignette di Marino alle pareti (Rocco e Carosio trainers a gò-gò, le conigliette di Padre Eligio, Rivera l’Abatino, il paradiso tutto nuvole di Renato Dall’Ara) e la grande vetrata dritta sui marmi della Stazione Centrale.
Anno di grazia 1967. Si consumava ogni domenica, round midnight, il rito adrenalinico della prima pagina. Gianni Brera pigiava sulla “Lettera 22” le tre cartelle di commento al campionato, il conte Alberto Rognoni, tre stanze più in là, snocciolava l’editoriale con l’immancabile tormentone («In questa nostra Italia di santi, di poeti e di navigatori...») a scandirne l’abbrivio. Luciano Bianciardi, aguzzino della lancetta, regolava l’orologio: mezzanotte in pacca, venti minuti alla chiusura, i tasti-mitraglia, lo stop in apnea, le ultime righe dettate in diretta ai linotipisti.
Giornalismo da acrobati. Ma il Guerino di allora era gabbia di matti e Bibbia calcistica, fabbrica di neologismi e polveriera di furori critici. E quando il conte Rognoni riservò la terza pagina ai letterati nobilitando di fatto un giornalismo sportivo snobbato da sempre dagli intellettuali («Gadda minore», sentenziò Umberto Eco di Brera, che signorilmente lo ricambiò definendo Zio Carlo Emilio “intarsiatore di parole toscane come se intarsiasse le cacatielle delle galline”), gli scrittori fecero a gara per esserci. Luciano Bianciardi, appunto, che al Guerino svernava come correttore di bozze, ma anche Giovanni Arpino e Pier Paolo Pasolini, Domenico Rea e Luigi Compagnone, Michele Prisco e Mario Tobino, Vittorio Sermonti e Claudio Gorlier.
Gioânn Brera e Gioânn Piubello, dunque, e la notte della domenica. In archivio gli slalom di Rivera e Mazzola, davanti agli occhi di Brera l’incipit di «…quando dicevo porca miseria e zia Angelina si arrabbiava». Un incipit folgorante. E avanti d’un fiato sino a «…quando sentimmo suonare la campana quella notte», capitolo secondo di ventitré, che quando Brera arrivò all’ultima pagina il sole era già alto e i rintocchi delle campane non li sentiva nemmeno più.
Fu amore a prima vista. «Piubello è il Čechov della Bassa – recensì Brera –, il suo Matti Beati, con Un anno sull’altopiano di Emilio Lussu, è il libro più originale dell’annata letteraria». Giudizio secco e naturalmente, come tutte le cose che scriveva Brera, insindacabile. E siccome Piubello non leggeva i giornali sportivi ed era lontano mille miglia dall’epica pedatoria, toccò a chi scrive – all’epoca (e oggi ancora…) collaboratore del Guerino – recapitargli l’articolo insieme con un biglietto autografo di Brera che lo invitava a scrivere per quella famosa, ambitissima terza pagina.
Giovanni Piubello, ricordo, mi guardò in tralice. Più sospettoso che incredulo. E il «mi poareto» di una venetitudine sconsolata gli uscì con commovente naturalezza. Abbozzò un diniego. Ma si fece convinto, per legittimo orgoglio, e magari anche per una virgola di insospettabile spirito agonistico, quando citai Arpino e Pasolini, Tobino e Rea, tra i suoi guerineschi compagni d’invenzione sportiva. E alla fine del discorso – era di notte, le lunghe notte mantovane del dopo Gazzetta, quando il giornale chiudeva e anche Giovanni si dondolava tra i bar di “Venzio” e della “Romana”, a Cittadella, inseguendo l’alba lungo le rotte tracciate da Mario Togliani, pittore sommo – alla fine del discorso dunque aveva già in tasca il foglio a scarabocchio con un titolo bell’e pronto («Dal mio rifugio a 3650 metri») e le prime righe buttate giù a slalom con la penna Aurora di Ciano Spagna: «Gianni Brera ciao! Ti so a Monterosso con la barba. Godi vacanze e pesce, e il vino delle Cinque Terre…».
Fu un incontro di rapidissime, stordenti empatie quello tra Giovanni Piubello e il Guerin Sportivo breriano. Si innamorarono, i lettori, di quelle parole sempre in punta di endecasillabo, cal-cio-mi-ste-ro-sen-za-fi-ne-bel-lo, parole abbarbicate alle immagini. E lui a scrivere, in quell’estate del 1970, come se una molla segreta lo catapultasse d’impeto nel vivo di storie di sport mai dispiegate prima e forse neppure supposte. La storia del cugino Andrea primatista del mondo della Cento chilometri di ciclismo e poi Papà del Gnoco al Carnevale di Verona, quando i chilometri si erano azzerati ed erano cresciuti a dismisura i chili (prima cento, poi centotrenta, poi centosessanta, record!). La storia di Bonimba e del Pedro, del Cina e del Pacio e dei ragazzi del Sant’Egidio e dell’Ardita a rompere a pallonate i vetri di Piazzetta San Barnaba. La storia di Carolina Nuvolari e della madre di Giovanni che la seguiva in chiesa (sempre così ansiosa, il velo nero in testa, il rosario tra le dita) ad aiutarla a pregare per il Tazio quando il Tazio «andava a far le corse». Storie che valsero a Giovanni la ‘Caveja d’oro’, premio elitario della letteratura sportiva, Cesenatico 1970, Processo ai Mondiali del Messico con Giovanni (incredibile ma vero) nelle vesti di giurato.
Passò l’estate a ritmi da giostra. La bancarella sempre più blindata («Per vivere mi bastano 8000 lire al giorno, non appena le metto in tasca chiudo bottega…») e gli inviti a scrivere sempre più serrati. Il Guerino pagava a Giovanni 150.000 lire ad articolo, erano cifre straordinarie per quei tempi (in Gazzetta non arrivava a 8.000, sarebbe stato Giancarlo Eramo a triplicargli il compenso) ma lui, Giovanni, stentava a tenere il ritmo, non era fatto per i racconti di giornata, scrivere gli costava una gran fatica, e gli occhi gli si incriccavano su quei fogli che aggrediva di sghimbescio, con correzioni sempre più arruffate. E già il pensiero lo spingeva nel vivo de Gli Ubbidienti, quel romanzo inespresso che gli ballonzolava in testa e gli saccheggiava l’anima.
Quando Brera promosse Piubello in prima pagina relegando nella terza del Guerino i top writers Gorlier, Sermonti e Compagnone, qualcosa scelse la rotta dell’ineffabile, in quel mare di parole che Giovanni assemblava d’istinto, seguendo il filo delle piccole grandi storie della sua città. Brera lo aveva stregato, suggerendogli itinerari milanesi sempre più dilatati: «Oggi nessuno – gli diceva – ha le tue capacità narrative. La provincia ti impigrisce, Milano ha stimoli, intrecci, passioni, vita: vieni da noi e racconta…».
Parole. Giovanni scriveva, in quei giorni, Le Paure. E di paure s’impigriva all’ombra della bancarella. E i racconti sportivi per il Guerino si facevano sempre meno cadenzati, sempre meno liberi di reinventarsi. I sogni milanesi restarono soltanto sogni. E quando Brera gli scrisse per imputargli un paio di rimasticature («Ricicli le tue vecchie favole, dov’è finito il mio Čechov della Bassa?» si sgomentò di colpo e si chiuse a riccio. Vigliaccamente lasciò il Guerino. E le utopie. E la scrittura di sport.






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