Serata conviviale interclub a Peschiera del Garda

presso il Ristorante “Il Pirlar”

Articolo di Alberto Capilupi

In occasione dell’interclub tra Rotary club Peschiera e del Garda Veronese, Panathlon Club Del Garda e Panathlon Club Gianni Brera Università di Verona, svoltosi giovedì 26 marzo, abbiamo avuto il piacere di ascoltare il giornalista e scrittore Lorenzo Fabiano, che ci ha guidati attraverso storie sportive intense e autentiche.

Massimo Lanza (Pres. Pan. Club G. Brera Univr), Roberto Mancini (Pres. del Ry Club Peschiera e Garda veronese), il relatore Lorenzo Fabiano e Virginia Tortella (Pres. Pan. Club del Garda)

SINTESI (tramite AI)

Il testo riporta la relazione del giornalista e scrittore Lorenzo Fabiano, presentata durante un incontro interclub il 26 marzo 2026, incentrata sul valore della sconfitta nello sport come momento di crescita umana e atletica.

Ecco i punti principali emersi dall’intervento:

Il valore educativo della sconfitta

  • Messaggio per i giovani: Fabiano sottolinea che, in una società ipercompetitiva, è fondamentale insegnare che “non sempre si può vincere”. Saper perdere è il presupposto necessario per poter, un giorno, saper vincere.
  • Oltre il “fallimento”: L’autore rifiuta il termine “fallimento”, preferendo vedere nella sconfitta una “lezione” (citando il Dalai Lama) che permette di metabolizzare gli errori attraverso l’umiltà.
  • Umanizzazione dei campioni: Raccontare le cadute dei grandi atleti serve a mostrare che non esistono supereroi infallibili, ma uomini e donne con le proprie fragilità.

Casi emblematici citati (dal libro “Dieci ferite”)

Fabiano analizza diverse tipologie di sconfitta attraverso celebri episodi degli anni ’70:

  • Nino Benvenuti (Pugilato): La sconfitta contro Monzon rappresenta l’atleta che non accetta il tramonto della propria carriera.
  • Gustavo Thoeni (Sci): Alle Olimpiadi del 1976, perse l’oro nel Gigante a causa della “fragilità umana” e della pressione psicologica accumulata in una formula di gara logorante.
  • Francesco Moser (Ciclismo): Perse il Mondiale del 1978 per eccessiva sicurezza (sicumera) e sottovalutazione dell’avversario.
  • Adriano Panatta (Tennis): A Wimbledon ’79, fu sconfitto da un avversario meno quotato perché, convinto di aver già vinto, proiettava già la sfida successiva contro Borg.
  • Nazionale di Calcio (Mondiali 1974): Una sconfitta figlia di un sistema vecchio e non al passo con i tempi (il calcio totale olandese) e di un Paese socialmente diviso.

La sconfitta che diventa vittoria

L’autore cita il caso di Franco Bitossi al Mondiale di ciclismo del 1972. Superato dal compagno di squadra Marino Basso a un solo metro dal traguardo dopo una fuga eroica, Bitossi è rimasto nel cuore dei tifosi più del vincitore stesso, dimostrando che alcune sconfitte valgono quanto le vittorie.


Questa la presentazione:

Lorenzo Fabiano, nato a Verona nel 1966, giornalista e scrittore. Dopo aver collaborato otto anni con il Corriere del Veneto, scrive oggi per L’Arena di Verona e il Quotidiano del Trentino Alto Adige. E’ autore di svariati libri, tra i quali “Thoeni vs Stenmark”, “Il cameriere di Wembley”, “Coppa Davis 1976. Una storia italiana”, “Valanga Azzurra. Innsbruck 1976, “Il duello. Moser contro Fignon, una sfida leggendaria”, “Alberto Tomba e il sogno di cristallo”, “La presa della Bastiglia. Tour de France 1975” e, voglio ricordare uno dei suoi libri più recenti “Dieci ferite”, dal quale trae spunto per la conferenza di questa sera, in cui ci parlerà del sapore della vittoria e soprattutto della sconfitta. Soprattutto della sconfitta.

RELAZIONE (quasi integrale):

Buonasera. Intanto vi ringrazio, grazie Presidente, grazie Virginia Tortella, grazie a tutti voi per l’accoglienza e per questa serata qui tutti insieme. Stasera di cosa voglio parlare? Stasera voglio parlare di una cosa che nell’immaginario collettivo non ha un valore. E invece un valore ce l’ha, eccome! Parliamo di cosa è la sconfitta, di che cosa rappresenta la sconfitta. Questo perché? Perché credo che, soprattutto per i ragazzi, per i più giovani, questo sia proprio un messaggio da dare. Noi sentiamo sempre usare queste parole dell’inclusione. Sono parole bellissime, però sono quelle scatole che, se dentro se non gli metti qualcosa, rischi che rimangano vuote e allora fanno più danni. Viviamo in una società così competitiva e ipercompetitiva, che tende a escludere piuttosto che includere. E lì c’è quella linea rossa, per niente sottile, che è la differenza che passa tra chi vince e chi perde. In realtà dobbiamo partire da un concetto molto semplice, molto basico. Lo cantavano anche i “The Rokes”:” Non sempre si può vincere, bisogna saper perdere”. Perché se tu non sai perdere, è impossibile che un giorno tu sappia vincere. Magari vincerai, però c’è una differenza tra chi vince e chi perde. Spesso si perde per paura, la paura di sbagliare, di non farcela. Detesto la parola “fallimento”, perché il fallimento in realtà non esiste: è una parola tra l’altro usata anche nel linguaggio manageriale, aziendale, legale. Beh anche lì non si può accomunare un bancarottiere con chi purtroppo ha chiuso l’attività per fattori anche magari contingenti ed estranei alla sua volontà, per cui le cose gli sono andate male. Ci sono sempre delle storie dietro e dentro le storie. Mi riferisco spesso a questa una frase di Vasco Rossi, che ho letto in una sua intervista, quando lui dice: ”Beh  io nella vita, se devo scegliere, sto sempre dalla parte di chi passa”. Ecco, questo è un libro dedicato a chi passa una brutta giornata. E allora che cosa mi è venuto in mente di fare? Mi è venuto in mente di raccontare 10 sconfitte di 10 campionissimi dello sport, di grandi campioni dello sport degli anni 70, quando io ero un ragazzino e credevo che ancora esistessero gli infallibili supereroi. E quando questi supereroi me li sono visti cadere davanti, ho capito una grande cosa, che è stata una palestra di vita: che in realtà i supereroi non esistono. Anche i grandi campioni sono uomini e donne, come lo siamo noi, con le loro forze e però anche con le loro fragilità e le loro debolezze. E queste sono dieci storie di dieci campioni che, attraverso sconfitte durissime, si sono poi migliorati e sono cresciuti come atleti. E quindi hanno compiuto quel percorso di completezza del loro essere campioni. Ma – cosa più importante – sono anche diventati persone migliori. Questo per dire che purtroppo perdere è un male necessario per riuscire un giorno a saper vincere. Ecco, c’è la frase del Dalai Lama, che io metterei proprio incisa in una targa a ogni ingresso di un centro sportivo. Il Dalai Lama ci dice: “Quando perdi, non perdere la lezione”. Ecco, io vorrei appunto vederla ovunque questa frase. Quando accompagnavo mio figlio a vedere le partite, osservavo a bordo campo certi comportamenti dei genitori che mi facevano inorridire, letteralmente inorridire. Se sei umile poi ti guardi anche dentro e guardandoti dentro devi capire, devi cercare di capire cosa è successo, perché è evidente che è successo qualcosa e che qualcosa non è andato. Ecco, l’umiltà sta nel metabolizzare questo, attraverso la comprensione di quello che non è andato. E secondo me il grande campione fa questo ragionamento, altrimenti non saremmo qui a raccontare questo. Qui ci sono dieci storie, sullo sfondo ci sono gli anni settanta, il libro si chiama “Dieci ferite” perché sono state delle ferite. Poi sai, sei in tenera età, sei un ragazzino, ripeto, credevi nell’infallibilità dei tuoi supereroi, te li vedi cadere e ancora non hai la scorza dell’uomo adulto. Per cui quelle cose lì poi te le porti avanti, te le porti dietro negli anni, ti restano questi frame, questi flashback, questi ricordi di quei momenti lì.

Come per esempio il ricordo riportato nel primo capitolo – quello dell’asciugamano -, quando Nino Benvenuti viene letteralmente demolito da Carlos Monzon sul ring di Monte Carlo per il titolo mondiale dei medi. Io mi ricordo, ero a casa, ero piccolino; vedo quel match in fianco a mio padre; è chiaro che il ricordo non può che essere piuttosto nebuloso, però è estremamente nitido invece il momento in cui vedo quell’asciugamano volare sul ring perché è la fine di quell’atleta, che non aveva capito che il suo tempo era finito, perché nel frattempo era arrivato uno che era molto più forte di lui; e lui non l’avrebbe mai potuto battere. A un certo punto c’è la storia di questo uomo, che si chiama Bruno Amaduzzi: era il manager di Nino Benvenuti, era quello che lo seguiva all’angolo, quello che gettò la spugna e che venne letteralmente demolito; demolito dalla critica, dallo stesso Benvenuti all’inizio, soprattutto dalla moglie di Benvenuti; e che ad un certo punto fa una dichiarazione, perchè deve giustificarsi di fronte alla stampa, che lo aggredisce; e lui dice: “Che cosa dovevo fare? Dovevo scegliere tra salvare il pugile oppure l’uomo; e io a un certo punto ho deciso di salvare l’uomo”, perché era proprio andata così. Le sconfitte, ripeto, sono sempre figlie di qualcosa. Ne abbiamo appena vista una,  dove parliamo di un uomo che non ha capito che il suo tempo è finito, perché comunque anche la carriera di un grande campione è come una giornata: c’è un’alba e un tramonto; e quando arriva il tramonto e scende la luce, tu devi capire che il tuo tempo è finito, perché quello è il momento. Poi ci sono sconfitte, che sono figlie della sicumera, che genera la superficialità E quindi ti porta a sottovalutare il tuo avversario. Ci sono sconfitte dove semplicemente, tornando a Vasco Rossi, non era la tua giornata. E trovi uno che è più bravo di te.

Mi riferisco per esempio alla sconfitta più dura della storia di Gustavo Thoeni. Quella dell’Olimpiade di Innsbruck del 1976. La Valanga Azzurra è la squadra da battere, siamo la squadra di sci nettamente più forte al mondo, dobbiamo andare lì, quella deve essere l’Olimpiade della Valanga Azzurra. Come si sa,  quella del 1972 era stata l’Olimpiade di Gustavo Thoeni. Ancora non c’era una squadra. Invece nel 1976 c’è la squadra, abbiamo vinto già cinque coppe del mondo di fila, siamo una nazione che domina, che insegna a sciare al mondo intero. Nella gara di Gigante, dove siamo i grandi favoriti, mettiamo in pista quattro assi: Piero Gros, Gustavo Thoeni, Franco Bieler, Fausto Radici. Magari potessimo averli oggi da mettere in pista nelle discipline tecniche dello sci! Beh, ve la faccio breve. Gustavo fa il miglior tempo nella prima manche, ma li stacca tutti, proprio facile facile. Il problema qual è? È che allora si inventarono questa formula pazza: per motivi televisivi fecero le due manche in due giorni a distanza di 24 ore. Che cosa succede? Succede per Thoeni da battere diventano, che si trasformano in 24 demoni, che ogni ora gli montano addosso, gli montano addosso e lo snervano talmente tanto che il giorno dopo quello che va in pista non è nemmeno un lontano parente del vero Gustavo Thoeni, che arriva quarto. Lì c’è c’è un elfo, uscito da una fiaba dei fratelli Grimm, un nanetto barbuto col cappellino di lana. Prendiamo una scoppola gigantesca. E lì succede questo: succede che è bravissimo l’allenatore, il direttore tecnico della squadra italiana, Mario Cotelli, un istrione molto forte, dotato di grande carisma, il quale fa un po’ come Bearzot avrebbe poi fatto nell’82 ai mondiali della Spagna: ci mette la faccia lui, affronta la stampa che gliene dice di tutti i colori. Nel frattempo si chiedono anche le sue stesse dimissioni. Lui mette la squadra a Brunico, lontano da Innssbruck, con l’allenatore Oreste Peccedi ad allenarsi in tutta tranquillità. E nella bufera ci sta lui, che affronta la bufera e dice: “Guardate, aveva perso solo una battaglia, ma …”.  Fatalità, cosa succede poi? Dopo pochi giorni c’è la gara dello slalom e lì la maglia azzurra mette la ciliegina sulla torta, facendo oro e argento con Piero Gross e Gustavo Thoeni. Ma quella sconfitta che cosa ci ha insegnato di Gustavo Thoeni? Noi abbiamo sempre avuto un’immagine di Gustavo come se fosse un blocco di ghiaccio, un uomo freddo, glaciale, calcolatore, inespressivo. Invece no. Quella gara l’ha persa, era anche lui uno come noi, perché quella gara l’ha persa per la fragilità umana. Ed è una cosa comprensibilissima, se devi fare un’Olimpiade in due manche a 24 ore di distanza. Pensate che notte deve aver passato il povero Gustavo, quella notte del febbraio del 76 a Innsbruck.

E poi vi dicevo: la sicumera. C’è un esempio secondo me molto bello, che è nel ciclismo. Riguarda Francesco Moser. Francesco Moser era campione del mondo in carica, aveva vinto nel 1977 il titolo mondiale a San Cristobal. Nel 1976 aveva perso il titolo mondiale in uno sprint a due con un belga: Freddy Maertens.  L’anno dopo vince il mondiale in uno sprint a due con il tedesco Dietrich Thurau e nel 1978 si trova a giocarsi il campionato del mondo per fare la sua doppietta sul circuito del Nürburgring, un circuito nefasto, perché è quello dell’incidente di Niki Lauda e della Ferrari. Moser si trova a giocarsi il titolo mondiale in un arrivo a due, in uno sprint a due con l’olandese Knetemann, il quale è uno che sembra che non dica niente, sembra uno di quei personaggi che potevi incontrare qui sul lago di Garda; hai presente: quelli con gli occhialetti, la maglietta, le braghette corte, il calzino bianco, corto e il sandaletto francescano, quella roba lì. Il quale però è un “chiagne e fotte”, direbbero a Napoli. Perché? “Perché – continua a dire – loro due sono in fuga”. Ma erano ormai pochi chilometri. E a Moser questo continua a dire: “Non mi staccare, non mi staccare, ti prego non mi staccare, tanto vinci tu, sei più forte, io non ce la faccio più, sono morto, non mi staccare”. E Moser se lo porta dietro, se lo porta dietro. E casca nel tranello, casca nel tranello. Perché? Cosa succede? Moser lancia la volata troppo presto, perché è troppo convinto di essere più forte, è troppo convinto di vincere. Lancia il volatore con un rapporto impossibile, perché – tanto- è convinto di fare un solo boccone del turista olandese sul lago di Garda. E invece questo qui lo frega, perché a un certo punto Moser si gira. Ce l’ha l’incollato e questo gli passa a fianco e praticamente per neanche mezza ruota gli porta via il campionato del mondo e la possibilità di entrare nella storia con la doppietta. Anche qui di cosa è figlia una sconfitta così, se non della superficialità, se non della sicumera e se non del sottovalutare il tuo avversario che è secondo me l’errore più grave che possa commettere uno sportivo?

 Anche il caso che riguarda Adriano Panatta ci insegna cos’è il rispetto. Se tu non hai rispetto del tuo avversario vuol dire che, quanto alla cultura sportiva,  un po’ di strada la devi fare. Ancheha perso Anche Panatta ha perso per lo stesso motivo. Ha perso l’occasione della vita a Wimbledon nel ’79, quando uscì nei quarti di finale contro un americano semisconosciuto: Pat Du Pré, di cui era nettamente più forte. Panatta gettò alle ortiche una partita già vinta e soprattutto l’unica possibilità della carriera di arrivare in fondo a Wimbledon, perché lì era successo qualcosa di clamoroso nella parte sua del tabellone: il grande favorito era John McEnroe, però John McEnroe era inopinatamente uscito. Quindi si era creato il classico buco in cui infilarsi e andare fino in fondo. E lui in finale avrebbe incontrato Borg e – tenete presente -, se c’era un giocatore che Borg soffriva era proprio Panata, perché Panata l’aveva battuto parecchie volte e anche negli slam, per cui Borg era un giocatore con cui si trovava particolarmente bene. E questo me lo ha raccontato lui stesso, mi ha detto: “il mio problema contro questo è Du Pré è stato che a un certo punto io al di là del campo non vedevo più Du Pré vedevo Borg, perché ero così sicuro di vincere che non vedevo più, vedevo Borg perché io volevo giocare con Borg e lo vedevo già.” Però lì alla fine l’ha pagata, l’ha pagata. che ha poi ci sono sconfitte dove Anche lì non sei al passo coi tempi

 E’ anche la situazione dei campionati del mondo di calcio del ‘74 in Germania. Quella del cosiddetto “Azzurro Tenebra” di Giovanni Arpino, un immemorabile libro che è un capolavoro. Lì succede che ci andiamo con uno squadrone, basta leggere i nomi, era l’Italia di Facchetti, di Burgnic, di Mazzola, Rivera, Gigi Riva. Però, diciamo, di gente avviata un po’ sul viale del tramonto, con un allenatore ormai anzianotto, che non aveva più il pugno duro. Le cose gli sfuggirono di mano, però non capimmo fondamentalmente una cosa: che andammo là a giocare un calcio vecchio, un calcio superato. Perché proprio in quel mondiale era esplosa la cosiddetta rivoluzione arancione, la rivoluzione dei tulipani, l’arancia meccanica olandese. E io nel libro racconto, per darvi un’idea: è come quella che fu un po’ una Woodstock del mondo nella storia del calcio. Il problema fu che gli olandesi praticamente erano Jimi Hendrix, Joe Cocker. E noi su quel palco ci mandavamo Claudio Villa e Nilla Pizzi, due che con quel palco c’entravano molto poco. Eravamo un paese vecchio. L’Italia del ‘74 era un paese che si dilaniava sul referendum, visto che siamo in tempi di referendum. Allora si dilaniò nel referendum – se ricordate – del divorzio. una cosa incredibile; pensate solo: parlare di divorzio agli olandesi nel 74, a loro veniva da ridere, perché era una cosa talmente assodata e normale in un paese così avanti come era l’Olanda, che per loro era assolutamente ridicolo; parlarne invece l’Italia era un Paese veramente diviso, un Paese  che si spaccò in due e si fece proprio male nella campagna con il divorzio. Lo stesso successe nel calcio, perché è quello che riflette di più e rispecchia di più quella che è la cultura di un Paese. Questo per dirvi che le sconfitte, ripeto, sono figlie di qualcosa, non succedono per caso.  Solo nella politica, più in quella degli anni 70 che in quella attuale, c’è sempre qualcuno che non le perde mai elezioni il lunedì pomeriggio. Ma non funziona così, non funziona così.

E poi questa… In chiusura, questa ve la voglio proprio raccontare perché è forse la storia, di tutte queste, a cui tengo di più, perché ci sono anche sconfitte che in realtà non sono sconfitte. vi sembrerà impossibile, ma c’è una storia, sempre legata alla bicicletta, al mondo del pedale, dove veramente una sconfitta diventa una vittoria. E lo diventa col tempo, lo diventa col tempo. Perché il tempo cos’è? E’ il galantuomo che alla fine quello che ti spetta te lo dà; ed è la storia di questo ciclista toscano, che si chiama Franco Bitossi. Il mondiale è quello del ‘72 in Francia a Gap, quindi Alpi Provenzali. In una giornata d’agosto torrida, segnata non solo dal caldo ma anche dal vero grande nemico dei ciclisti. Il nemico dei ciclisti non sono le salite, il nemico dei ciclisti è il vento e in quella zona della Francia soffre un vento particolare, che è il mistral. Se finisci nelle fauci del Mistral in bicicletta, non finisci bene, questo è poco ma sicuro. Noi ci andiamo. L’uomo da battere ovviamente è Eddy Merckz, campionissimo dell’epoca, campione del mondo in carica Noi abbiamo Gimondi da opporre a Eddy Meckrz. L’anno prima i due si sono dati battaglia al mondiale di Mendrisio in Svizzera. Il mondiale lo vince Merckx. E Gimondi, per stargli dietro, avrà male per due settimane alle mandibole a forza di stringere i denti. Questa non è una battuta, è vero, perché me lo ha raccontato lui stesso. Purtroppo ebbi la fortuna e anche la sfortuna di intervistarlo a Bergamo in ufficio da lui, poco prima che ci lasciasse. Si corre questa corsa. Si arriva all’ultimo giro. Sono 270 chilometri, un caldo torrido. La corsa diventa durissima, il campionato del mondo è così. E noi praticamente facciamo tutta la corsa a marcare Eddy Merckz, lo marchiamo come Gentile su Zico e Maradona, mondiali dell’82: una marcatura stretta, a uomo. Parte un francese, a due chilometri dalla fine. Su questo francese parte come un matto, chi? Franco Bitossi. Franco Pitossi da Carmignano, località Camaioni, zona della Toscana dove si produce Chianti e olio d’oliva buonissimo. Lui lo chiamano “cuore matto”. Little Tony non c’entra un tubo. Lo chiamano “cuore matto” perché soffre di aritmia. Fino a 28 anni lui ogni tanto, quando si trovava in corsa, doveva fermarsi, doveva letteralmente fermarsi. Nonostante questo, riusciva anche a vincere la gara. Un signor corridore, tre volte campione italiano. Bittossi si lancia all’inseguimento di Cyril Guimard, il francese, bretone, che poi sarebbe diventato direttore sportivo. Questo parte, Bitossi lo lascia sui pedali e rimane da solo. Manca un chilometro all’arrivo. È l’ultimo chilometro per la gloria. E cosa deve affrontare il nostro Bitossi, “cuore matto”? C’è un rettilineo, un rettilineo che è un falsopiano verso l’infinito, perché non finisce mai ‘sto maledetto boia di rettilineo. E lui è lì da solo, è lì da solo a combattere contro le sue paure, contro il mistral che lo prende. Lui tiene duro e tiene duro, intanto le gambe gli si fanno sempre più di legno e lui tiene duro, tiene duro, tiene duro. E alla televisione Adriano De Zan continua a dirgli: “Franco, Franco, non voltarti, non voltarti , perché dietro c’è il gruppo”.  Il gruppo gli arriva con i segugi, che gli stanno montando addosso, ma lui tiene duro e a un certo punto, quando proprio non ce la fa più, non ce la fa più, fa l’errore della vita: cambia carreggiata, comincia a smanettare sul cambio, che allora era sulla canna della bicicletta, comincia a smanettare sul cambio, cambia carreggiata e lì finisce, nelle fauci del mistral, che metro dopo metro se lo risucchia, se lo risucchia, se lo mangia, se lo mangia; però lui ancora tiene, tiene, tiene, tiene, quando all’ultimo mezzo metro, all’ultimo metro di corsa, viene bruciato, viene sopravanzato da un altro. Lui non si accorge chi è: è un’altra maglia azzurra. Cioè viene praticamente battuto, beffato da un suo compagno di squadra. Marino Basso, di Caldogno, Vicenza. E questo diventa campione del mondo. Diventa campione del mondo come un gol di rapina, si direbbe, si direbbe nel calcio. E c’è questa immagine paradossale, ma bellissima, poetica, dove c’è Adriano De Zan, che è tra i due sul palco, con i microfoni, e questi due piangono tutti e due. Solo che uno piange di gioia e quell’altro lacrime di dolore, ma di un dolore atroce. Non c’è niente di peggio al mondo. Però il buon Franco Bitossi non ne fa un dramma, doveva andare così doveva andare così.  E la sua vittoria qual è? A distanza di tanto tempo, se entri in un bar sport al giorno d’oggi oltre 50 anni dopo  e chiedi del mondiale di Gap del ’72, tutti ti fanno il nome di Franco Bitossi e nessuno ti farà mai il nome di Marino Basso. Ci sono sconfitte che valgono quanto le vittorie.

Una domanda: Qual è la sconfitta nel mondo dello sport che ti ha colpito di più?

Alle Olimpiadi recenti la sconfitta che mi ha colpito di più e che metterei comunque nella categoria di quelle di cui abbiamo parlato, è quella di Malinin nel pattinaggio. Quando lui era l’asso pigliatutto, il super fuoriclasse, ha proprio dovuto vincere, stravincere. Però anche lì, come dicevamo prima, viene fuori la fragilità umana, che purtroppo è qualcosa che sta lì dietro l’angolo in agguato, ti può prendere sorpresa e ti morde: è caduto due volte, questo non era mai caduto in vita sua, è caduto due volte proprio nel giorno più importante. Però pensateci anche lì un attimo, abbiamo tutti voluto bene a quel ragazzino? Gli abbiamo tutti voluto bene perché abbiamo compreso il dramma che ha vissuto e quindi abbiamo empatizzato. Ecco, questo l’ho trovata una cosa molto bella.

Ma di tutte quelle sconfitte la più dura è quella del Mondiale dell’Italia del 1974 perché era il primo mondiale che io ho visto, perché purtroppo io sono del ’66. Infatti rimprovero ancora i miei genitori di avermi concepito troppo tardi e avermi così impedito di vedere Italia-Germania: una cosa imperdonabile. ma è tuttora di rimprovero per questo io gli dico: potevate pensarci prima, pensate di cosa mi avete privato. Invece quel mondiale lì è il primo che ho visto. Ci sono rimasto talmente male!

Un’altra, quando il Verona andò a giocare a Torino il secondo turno di Coppa dei Campioni contro la Juventus. Quella fu un’ingiustizia, una rapina, perchè capita una sola volta nella vita che il Verona vinca lo scudetto e capita una sola volta nella vita che il Verona vada a giocare all’allora Coppa dei Campioni, oggi Champions League. Io ero un adolescente e volevo andare in trasferta, ero andato in trasferta a Salonicco, il primo turno, a vedere il Verona giocare in Grecia. Andiamo a Barcellona, andiamo in Inghilterra, in Germania, in Olanda, insomma in bei posti, ma con tutti i posti belli che ci sono nel mondo ci capita la Juve a porte chiuse, quindi non si può neanche andarla a vedere quella partita. Viene giocata a porte chiuse. Fu una rapina. Ancora devo dire che la vivo come una grande ingiustizia, perché quella grande squadra e quel grande allenatore non lo meritavano.

Nota. La prima parte dell’articolo è stata pubblicata anche su Panathlon Planet https://www.panathlondistrettoitalia.it/2026/03/vita-di-club-panathlon-del-garda/

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