di Nicole Lorenzet
(tesina di giornalismo e letteratura sportiva, anno accademico 2019-’20)

Il calcio e la poesia sono due forme d’arte apparentemente distanti fra loro ma che in realtà racchiudono
una moltitudine di valori e di significati che si intrecciano e si sposano alla perfezione. La poesia, come la
musica e la scrittura, rappresenta una delle più elevate espressioni artistiche. Permette di esternare
emozioni, pensieri, stati d’animo in modo totalmente naturale, quasi incredibile. Permette alle persone di
viaggiare con la mente, di riconoscersi nelle proprie parole o in quelle di altri, è una specie di porto sicuro,
di rifugio, dove trovare riparo nei momenti in cui si ha la necessità di liberarsi da qualcosa o da qualcuno,
quando si assiste al reale bisogno di ritrovare sé stessi.
Pensiamo ora al calcio, lo sport più praticato al mondo e il più popolare. Penso che tutti, anche i non
appassionati ci si siano imbattuti almeno una volta nella vita. È come una grande calamita che riesce ad
attirare verso di sé l’attenzione non solo degli sportivi ma anche di moltissime altre figure che non
appartengono al mondo dello sport. Viene quindi naturale chiedersi il perché di questo fenomeno. Come
può essere che un semplice gioco, quale il calcio, possa suscitare in noi così tanto interesse? Penso che la
risposta si possa trovare nella definizione appena data di poesia perché il calcio genera passione, pura
passione verso un pallone, una squadra e questo, ci porta inspiegabilmente ad esprimere e a provare
diverse emozioni. Emozioni che cambiano di volta in volta, di partita in partita, perché il contesto non è mai
lo stesso e nemmeno noi siamo gli stessi. Se ci pensiamo bene, il calcio e la poesia sono come due anime
gemelle, possiamo farle proseguire su due strade parallele per un’infinità di tempo ma prima o poi si
incontreranno perché qualcuno si renderà conto che da sole riescono sì a generare bellezza ma insieme,
possono generare scintilla. Una scintilla molto potente che per anni non è stata capita e forse nemmeno
accettata ma che pian piano si sta facendo sempre più luminosa. Tutto questo grazie a più intellettuali,
scrittori, poeti che pur contro l’opinione pubblica generale basata sul presupposto che la poesia non può
riguardare il calcio, hanno deciso di andare avanti per la loro strada, di seguire quella che per certi era già
una doppia passione fatta di sport e poesia e che invece per altri era una sfida, una semplice curiosità che
poi, col passare del tempo si è tramutata in passione.
Ora immagino che chi sta leggendo questo testo si stia chiedendo come mai sia tanto interessata a questo
argomento così particolare, così intricato. Ebbene sì, sono una ragazza di 21 anni appassionata di calcio fin
da bambina.
Nata in un piccolo paesino di montagna abbracciato dalle Dolomiti, sono cresciuta con due fratelli maschi e
quale poteva essere il mio destino se non quello di appassionarmi al calcio? La mia storia è molto semplice
da raccontare e forse per alcuni neanche troppo interessante ma posso dire con sicurezza che sia
abbastanza originale. Come ho detto, ho due fratelli maschi ma loro non sono soltanto i miei fratelli, sono i

miei gemelli. Immaginate 3 gemelli che frequentano la stessa scuola materna, le stesse elementari, le
stesse scuole medie nella stessa classe e le scuole superiori nello stesso stabile, ci deve per forza essere
qualcosa che ci accomuna. Ovviamente non è solo il calcio ma sicuramente è una delle tante cose che ci ha
legati fin dall’inizio. Loro, nati con un pallone tra i piedi, anche se nei nostri posti di montagna sarebbe stato
più naturale scegliere uno sport invernale come ad esempio sci, snowboard o hockey, hanno intrapreso la
strada del vero calcio dalle scuole medie e da quel momento, tra sacrifici e migliaia di chilometri da
percorrere per poter fare gli allenamenti, non si sono mai fermati e… ditemi se questa non è vera passione!
Io invece, non ho mai avuto una vera carriera calcistica perché arrivata alle scuole medie mi sono imbattuta
in un altro sport, la pallavolo. Mi sono letteralmente innamorata di tutto quel contesto e sono finita a
saltare su e giù affianco ad una rete, schiacciando palloni di qua e di là nonostante i miei miseri 160 cm di
altezza. Nonostante questo, la passione per il calcio non se n’è mai andata e infatti, per quattro anni
consecutivi, ho fatto parte della squadra giovanile del paese in un torneo estivo che si svolge ogni anno e al
quale partecipano tutti i paesi della vallata, o almeno, tutti quelli che riescono a raggiungere il numero per
formare la squadra. Pensate che, il mio paese ha partecipato solo per quattro anni perché purtroppo, non ci
sono abbastanza giovani essendo abitato da meno di 400 persone. Il primo anno, conoscendo la mia
passione per il calcio, mi hanno chiesto di partecipare anche solo per fare numero e poter iscrivere la
squadra. Ho detto un felice sì anche se ero l’unica ragazza perché la squadra era maschile o meglio, il
torneo era maschile ma, in alcune squadre anche se raramente, capitava ci fossero una o due ragazze. Devo
dire che far parte di quella squadra è stata una delle esperienze più belle di tutta la mia vita. È stato il mio
primo vero approccio nel mondo delle partite di calcio. Ricordo come fosse ieri il mal di pancia prima di
ogni partita, il battito che aumentava qualche secondo prima del fischio d’inizio e la gioia che ho provato
quando la mia squadra ha vinto il torneo nel suo primo anno di partecipazione. Ricordo moltissimi
particolari delle partite, dai goal sbagliati a quelli segnati, ricordo la mia paura quando mi trovavo di fronte
al portiere, la mia paura di sbagliare, che era così grande che ogni volta preferivo passare la palla ad un
giocatore più bravo. Ricordo tutte le corse fatte su e giù per quella fascia sinistra, la mia tanto amata fascia.
Ricordo il mio primo vero goal fatto su rigore e le lacrime di gioia che si sono liberate sul mio volto in modo
tanto naturale e ricordo l’ultimissima partita, giocata da capitano per la prima volta in tutta la mia breve ma
significativa esperienza. Segno di fiducia da parte dei miei compagni e dell’allenatore, segno che la squadra,
tra alti e bassi è sempre stata unita, così unita da guadagnarsi per quattro anni consecutivi un posto tra le
prime quattro in gara.
A tutti quelli che pensano che lo sport sia solo un hobby da quattro soldi, che dicono che il calcio sia solo un
gioco da bambini, vorrei dire che forse è meglio se prima provano a giocarci o anche solo ad entrare in uno
spogliatoio prima, durante e dopo una partita per capire se davvero è solo un hobby da quattro soldi o se
invece è una grande passione che ti fa sentire vivo, che riesce a renderti così tanto partecipe da sentirla
come una parte fondamentale della tua vita, una di quelle poche cose che non vorresti mai lasciare, che

non vorresti finisse mai. Questi sono stati il calcio e la pallavolo per me. Passioni che sono certa non
finiranno mai, passioni che mi hanno fatta soffrire ma mi hanno anche insegnato tanto, non solo per
quanto riguarda la tecnica dello sport ma soprattutto mi hanno insegnato a capire fino in fondo il significato
di molti valori ed emozioni e in un certo senso si potrebbe dire mi abbiano insegnato un po’ a stare nel
mondo. Sono convinta che lo sport se capito fino in fondo, riesca davvero ad aiutarti in moltissime
situazioni. La tipica frase che si sente dire è che lo sport fa bene alla salute. Da studentessa di scienze
motorie posso dire che come definizione non è del tutto giusta perché bisogna considerare più fattori ma
posso dire con certezza che se praticato nel rispetto degli altri e di sé stessi, è una componente
indispensabile per la vita, il trucco sta solo nel provare a praticarlo perché una volta dentro non vuoi più
uscire!
E come è nato l’interesse per la poesia? È nato tra i banchi di scuola, alle superiori precisamente. Ho avuto
la fortuna di trovare un’insegnate che ama il suo lavoro e che quindi rendeva le lezioni interessanti e
piacevoli. Tra la storia e l’italiano, ho sempre preferito l’italiano. Diciamo che, nonostante sia consapevole
che la storia sia fondamentale, non mi è mai andata troppo a genio, la studiavo sì ma preferivo mille volte
l’italiano. Perché? Perché amo scrivere. In ogni tema ho sempre cercato di metterci una parte di me stessa,
rispettando la traccia data o scelta ma ho sempre pensato e penso ancora che in ogni storia che si racconti
o si scriva, l’ingrediente che la rende davvero speciale sia l’anima che ci sta dietro. Se leggendo o
ascoltando una storia si percepiscono le emozioni provate dallo scrittore o dai protagonisti, se si percepisce
l’autenticità delle parole allora credo che quella sia davvero una storia che vale, per quanto bella o brutta
possa essere.
Per quanto riguarda le poesie, ho sempre cercato di capire il significato delle parole che leggevo nel modo
più critico e attento possibile anche perché nella maggior parte dei casi non era proprio facile percepire i
messaggi che gli autori cercavano di trasmettere visto che, il linguaggio dei poeti che si studiano a scuola è
molto lontano da quello di oggi. Non era facile ma mi piaceva. Ricordo che il mio libro era pieno zeppo di
sottolineature, di commenti a fianco di ogni poesia, mi piaceva molto immedesimarmi nelle storie lette,
cercavo di capire i sentimenti che provava chi scriveva determinate cose, tristi o allegre che fossero.
Ovviamente c’erano poeti che mi piacevano di più e altri di meno ma in generale apprezzavo tutto. Scrivere
secondo me significa mettersi in gioco, cercare di raccontare qualcosa che a parole forse non si riesce a
fare. Oltre allo sport, la mia più grande passione è la musica. La musica e la poesia a mio parere sono come
sorelle. La musica è poesia e la poesia è musica. Scrivere non è affatto semplice, non è una cosa che si fa a
caso, è un’esigenza personale. Non so se vale anche per altri ma per quanto mi riguarda, la maggior parte
delle volte io scrivo per raccontare a me stessa quello che sto vivendo in quel preciso momento. Ogni tanto
perché è talmente importante che lo voglio mettere per iscritto per avere la certezza di non dimenticarlo e
quasi sempre perché non lo riesco a raccontare a parole. Mi viene spontaneo, prendo un foglio, una matita,
la chitarra e il gioco è fatto. La parte più difficile? Quando è il momento di cantare ciò che ho scritto.

Un’esplosione di emozioni che non sempre è facile reggere in un colpo solo. Allora penso, non è per niente
facile fare lo scrittore, fare il poeta o il cantautore ma è un’esigenza, una vocazione. È quella cosa a cui non
puoi rinunciare. Allora penso ancora. Allo sport, al calcio, non si può rinunciare, quindi il calcio è musica? È
poesia? Io dico di sì!
Per fortuna non sono l’unica a pensarla così. Prima di me ci sono stati più poeti che si sono interessati a
questo argomento, al fatto che il calcio e la poesia possano essere considerati un tutt’uno, un insieme di
valori che possono benissimo andare d’accordo tra loro. È importante ricordare due poeti che si sono
impegnati moltissimo su questo fronte: Umberto Saba e Vittorio Sereni. Voglio essere sincera e dire che
prima di imbattermi in questo scritto, non conoscevo molto questi due poeti, ma posso dire di aver
piacevolmente scoperto delle poesie mai lette prima che ora potrei benissimo inserire tra le mie preferite.
Forse è meglio che lasci i commenti per la conclusione ma, non resisto nel dire che, una delle cose più belle
che ho potuto capire leggendo le loro opere e che si avvicinano molto a ciò in cui credo, sia il fatto che
entrambi amavano raccontare le semplici scene di vita quotidiana, ricercando in loro il senso dell’esistenza
e delle piccole cose. Quasi convinti che fossero queste le più belle ed emozionanti situazioni.
Umberto Saba, poeta triestino del Novecento, è stato il primo a cimentarsi nella scrittura di poesie sul
calcio. Una delle tante caratteristiche che lo distinguono dagli altri poeti e scrittori è sicuramente il suo
incontro con il calcio che è al quanto divertente. Saba infatti, non era affatto appassionato a questo sport e
probabilmente non avrebbe mai pensato di recarsi allo stadio di sua spontanea volontà per vedere una
partita. Il fatidico evento accadde perché un suo amico, impossibilitato nel recarsi allo stadio per vedere la
tanto attesa partita tra Triestina e Ambrosiana nel 1933, gli regalò il biglietto. Dopo averci pensato un po’,
Saba accettò il regalo e si recò allo stadio. Quel giorno si può dire essere stato una fortuna per lui e per tutti
noi. Per lui perché riuscì a percepire fino in fondo cosa significasse giocare a calcio e tifare una squadra con
così tanta passione da volerla vedere in azione ogni domenica e per noi perché, se quel giorno il destino
avesse deciso di cambiare le cose, non avremmo mai potuto immergerci nelle sue opere che tanto bene
descrivono quel gioco. Nella migliore delle ipotesi, avremmo dovuto aspettare qualche anno prima che altri
poeti si facessero strada in questo campo di metafore e rettangoli verdi ma può anche darsi che, se Saba
non avesse fatto il primo passo, nessuno si sarebbe impegnato in questo ambito. Direi quindi che quella
partita sia stata come una vincita al super enalotto. Saba, da quel giorno si interessò molto al calcio e a tutti
i sentimenti e le emozioni che gli ruotano attorno. Si recò più volte allo stadio per percepirne le più
nascoste sfumature ed è da quegli incontri ravvicinati tra il poeta e il pallone che nacquero le sue Cinque
poesie per il gioco del calcio, raccolte nella sezione Parole, composta nel 1934 e appartenente al terzo
volume del suo Canzoniere. Sono rimasta affascinata dalla definizione che dà il poeta stesso del suo
Canzoniere: È la storia di una vita, povera (relativamente) di avvenimenti esterni; ricca, a volte, fino allo
spasimo, di moti e risonanze interne.

In questa frase si legge tutto quello che riguarda la vita; quello che per qualcuno può essere un semplice e
banale episodio, per altri può essere un ricordo indelebile. È tutto molto personale, molto soggettivo. È la
nostra percezione degli eventi che rende una storia normale, un racconto da non dimenticare. Questo vale
per la vita come per il calcio perché se ci pensiamo, le partite di calcio non sono niente di raro ed
eccezionale, tutto quello che accade durante una partita, siamo noi che lo trasformiamo in qualcosa di
fantastico e innaturale. Sono le nostre sensazioni interne, quello che proviamo di fronte a quel tipo di
situazione, di realtà che rende quegli eventi così monotoni tanto significativi.
Mi piacerebbe ora esprimere con semplici parole ciò che mi ha colpita di più di quelle fantastiche Cinque
poesie per il gioco del calcio che Saba decise fortunatamente di donarci.
La prima, dal titolo Squadra paesana, è rivolta direttamente ai calciatori, o meglio, ai giocatori della
squadra paesana. Infatti, in quest’opera, Saba mette in luce il bellissimo rapporto che si crea tra la squadra
di calcio del paese, della terra natia e la comunità. I giocatori vengono descritti come degli eroi
eternamente giovani che, sentendosi parte della comunità, hanno il dovere di difenderla e onorarla. Di
questa poesia, sono i versi finali quelli che hanno catturato particolarmente la mia attenzione:
Giovani siete, per la madre vivi;
vi porta il vento a sua difesa. V’ama
anche per questo il poeta, dagli altri
diversamente – ugualmente commosso.
I calciatori difesi dal vento, visti come eroi chiamati a proteggere la patria, rimandano alle scene di guerra,
quando i soldati si vedono costretti a combattere per proteggere la loro terra natia, la loro casa. Secondo
me è un’immagine bellissima che sprigiona sia dolore che coraggio. Il vento, che nella maggior parte dei
casi viene descritto come qualcosa di negativo, un qualcosa che ti “spazza via”, qui è invece una figura
totalmente positiva, è una protezione, uno scudo. Infine, il poeta, che si commuove nel vedere i giocatori in
campo, lui che guarda la partita come tutti gli altri ma che è l’unico, in quanto appunto poeta, a riuscire a
vedere oltre, a percepire la bellezza di ogni singola azione, colui che riesce a cogliere la vera poesia che si
nasconde nel gioco del calcio.
La seconda poesia è Tre momenti, una delle mie preferite di questa raccolta. Saba in questi versi, cerca di
descrivere i tre momenti principali che riguardano una partita di calcio. Lo fa in modo semplice, molto
comprensibile. Questa sua semplicità nel descrivere i tre eventi, che, come per la prima poesia, rimandano
alla guerra, rende il tutto ancora più profondo e ricco di significato. Il saluto e lo schieramento iniziale, la
vigilanza e l’allarme, la vittoria e il festeggiamento. Per quanto mi riguarda, leggere quei versi ha suscitato
in me il ricordo, il ricordo di come si vive una partita da protagonista. L’agitazione e la paura che si provano
prima di iniziare, quel nodo alla gola che si sente appena uno degli avversari riesce a passare la metà campo

e avvicinarsi al portiere, la gioia nel segnare un goal o nel vincere una partita. Penso che se una poesia, già
alla prima lettura, riesce in qualche modo ad emozionarti, a farti rivivere certi momenti, allora sia davvero
bella.
La terza opera, Tredicesima partita, vede protagonisti anche gli spettatori. Spettatori che, traggono il calore
da sé stessi grazie alla loro passione per il calcio, all’importanza che danno nel tifare la propria squadra del
cuore. Partita di grande importanza che vede due squadre infiammate dal desiderio di vittoria per sfuggire
alla triste retrocessione. Calciatori e spettatori sono quindi immersi in un clima di alta tensione, descritta da
Saba in modo superbo:
il sole spense
dietro una casa il suo barbaglio, il campo
schiarì il presentimento della notte.
Correvano sue e giù le maglie rosse,
le maglie bianche, in una luce d’una
strana iridata trasparenza. Il vento
deviava il pallone, la Fortuna
si rimetteva agli occhi la benda.
Il bello arriva quando a vincere è proprio la squadra data per sfavorita da tutti. Un colpo di scena che porta i
tifosi ad esultare e sentirsi tutti uniti, come in un grande abbraccio di amore verso chi ci ha da sempre
regalato tante emozioni.
La quarta poesia s’intitola Fanciulli allo stadio e descrive il rapporto tra ragazzi adolescenti e adulti, in
questo caso i calciatori. L’immagine che Saba propone è quella di due caratteri totalmente opposti. Da una
parte l’ingenuità dei fanciulli, i quali si sentono felici e in perfetta armonia con il mondo e dall’altra la triste
indifferenza degli adulti, sempre chiusi in sé stessi. Nonostante dietro a questa poesia ci sia un significato
molto profondo, è quella che delle cinque mi ha colpita di meno. Non so bene spiegare il perché, posso solo
dire che mi è “arrivata” meno delle altre. La poesia che invece inserisco molto volentieri tra le mie preferite
e non perché sia la più famosa ma perché a mio parere è la più bella, è assolutamente Goal, la quinta ed
ultima della raccolta.
Il portiere caduto alla difesa
ultima vana, contro terra cela
la faccia, a non vedere l’amara luce.
Il compagno in ginocchio che l’induce,
con parole e con la mano, a sollevarsi,
scopre pieni di lacrime i suoi occhi.

La folla – unita ebbrezza- par trabocchi
nel campo: intorno al vincitore stanno,
al suo collo si gettano i fratelli.
Pochi momenti come questi belli,
a quanti l’odio consuma e l’amore,
è dato, sotto il cielo, di vedere.

Presso la rete inviolata il portiere

  • l’altro- è rimasto. Ma non la sua anima,
    con la persona vi è rimasta sola.

La sua gioia si fa una capriola,
si fa baci che manda di lontano.
Della festa – egli dice – anch’io son parte.
Sì, posso proprio affermare che questa, tra le cinque, sia la mia preferita. Adoro percepire le emozioni, i
sentimenti, in tutte le cose che faccio, che leggo, che scrivo. Questa poesia è di una bellezza pura,
veramente rara secondo me. Appena l’ho letta, ho voluto rileggerla ancora e ancora perché continuavo a
chiedermi come Saba avesse fatto a trattare con parole così semplici un argomento così delicato per il
calcio. Fare un goal o subirlo, sono le situazioni più belle e più brutte per i calciatori. Dico semplice ma non
in senso dispregiativo, anzi, voglio tradurre il mio semplice come una destrezza innaturale, magica; la
capacità di trasformare parole molto comuni in qualcosa di molto di più, in qualcosa di forte, di grande
impatto. In questa poesia, Saba mette al centro dell’attenzione la figura del portiere che se ci pensiamo, è
forse la figura meno considerata e meno ben voluta dalla maggior parte di noi. Nel senso che, il portiere,
rispetto a tutti gli altri giocatori, è l’unico ad avere un ruolo davvero diverso. È sempre molto solo, in
disparte. Come scrive Saba, al momento del goal, c’è un portiere che esulta da solo, o forse in qualche
modo insieme ai tifosi, mentre dalla parte opposta del campo c’è un portiere distrutto, triste perché ha
subito il goal. C’è il compagno che lo tranquillizza, che gli fa compagnia ma come disse un giorno Dino Zoff:
“il portiere è un uomo solo”. È un giocatore un po’ sottovalutato a mio parere, perché tutti si concentrano
di più su chi segna i goal, chi fa i dribbling o le rabone. Il portiere però è fondamentale nella squadra. Non
solo perché è necessario per difendere la porta ma perché dirige anche molte azioni, soprattutto agli inizi
del gioco, aiuta i giocatori a difendere la palla e attaccare. È una figura importante come tutte le altre, se
non di più. La differenza più grande rispetto agli altri è che appunto, essendo solo per la maggior parte del
tempo, prova emozioni diverse dagli altri o meglio, tristezza e felicità sono le stesse ma provate e percepite

in modo diverso. Il portiere è l’ultimo uomo, è l’ultima salvezza. Deve essere concentratissimo e
preparatissimo mentalmente perché il suo carico emozionale secondo me è maggiore rispetto a quello
degli altri. Ci sono molti ex portieri che finita la carriera calcistica si sono immersi nel mondo della scrittura
e della poesia per rendere note a tutti le emozioni che si provano a stare tra i due pali e per farci capire
meglio quel ruolo tanto particolare del portiere. Tra questi sicuramente vanno citati Albert Camus, portiere
che ha difeso per anni la rete della nazionale algerina e Uli Stein che cercando di dare una descrizione al suo
ruolo si definì così: “Sono un combattente solitario. Dopo di me non c’è più nulla. Sono l’ultimo uomo, ne
sono consapevole, nessuno può far nulla per me”. Io, ho sempre immaginato che chi fa il portiere debba
avere un coraggio pazzesco per buttarsi di qua e di là, debba avere una grande calma per poter gestire i
rigori, le punizioni dal limite dell’area. Mi piacerebbe scoprire cosa pensano i portieri di oggi riguardo al loro
ruolo, come si sentono, come gestiscono le loro paure e le loro ansie. Nonostante questa mia curiosità devo
dire di essere davvero rimasta affascinata da questa poesia e da come Saba, pur non essendo né portiere
né calciatore, abbia saputo descrivere così bene quei momenti di gioia e tristezza che ho sempre pensato
fossero davvero difficili da interpretare nel modo corretto visti da occhi esterni al gioco.
Parliamo ora di un altro grande poeta del Novecento che ha unito il calcio e la poesia: Vittorio Sereni.
Luinese doc e fan sfegatato dell’Inter, rispetto a Saba ha sempre dimostrato grande passione verso lo sport
e più in particolare verso il calcio e il ciclismo. I suoi scritti sportivi sono davvero molti e spaziano dalla
poesia alla prosa. Sereni utilizza un linguaggio meno comune e più intricato di quello di Saba. Per capire
bene le sue opere bisogna leggerle e rileggerle almeno un paio di volte. Posso dire che di Vittorio Sereni mi
è subito piaciuto il suo modo di scrivere così diretto e appassionato. Si riesce a percepire in ogni parola che
scrive tutto l’amore che prova verso il calcio e soprattutto verso la sua tanto amata Inter. Mi sono rivista
molto nel suo modo di essere e di scrivere, perché, purtroppo o per fortuna, quando sono appassionata di
qualcosa, sono così felice che devo condividere la mia gioia con tutti i miei amici e parenti, fino a stressarli.
Ecco, secondo me Sereni era così, o almeno, mi piace pensarlo così. Un uomo molto preso dalle sue
passioni, così tanto da fare di esse una parte integrante delle sue giornate. Spesso il poeta si è chiesto:
“come fa uno che scrive, che ha letto certi libri, un intellettuale, ad appassionarsi, a prendere sul serio la
partita della domenica e il campionato e i campioni del pallone?” A questa domanda si è risposto da solo,
con le pagine in prosa del Fantasma nerazzurro, una delle più belle riflessioni sul calcio. “Non credo che
esista un altro spettacolo sportivo capace, come questo, di offrire un riscontro alla verità dell’esistenza, di
specchiarla o piuttosto rappresentarla nei suoi andirivieni, nei suoi imprevisti, nei suoi rovesciamenti e
contraccolpi; e persino nelle sue stasi e ripetizioni; al limite, nella sua monotonia. La passione che li
accompagna muore nelle ceneri di un tardo pomeriggio domenicale e da queste, di domenica in domenica,
non si sa come, risorge”.
Trovo questa sua riflessione molto completa ed esaustiva nel spiegare il suo punto di vista, il suo pensiero.
Si capisce come per Sereni, la passione per il calcio sia un qualcosa di fondamentale nella vita. È una

semplice esigenza. Per questo, per lui, il calcio poteva benissimo diventare un “materiale” altamente
poetico. Secondo il poeta, nel gioco del calcio si trovano molti elementi che riguardano la vita e l’esistenza
dell’uomo e, nella vita, si trovano elementi che riguardano il calcio. È un tutt’uno che Sereni cerca di far
percepire al maggior numero di persone possibile. È difficile citare ogni suo singolo scritto inerente allo
sport perché ce ne sono davvero tanti. Mi limiterò a prendere in considerazione gli argomenti che mi hanno
colpita di più.
Tutti noi abbiamo degli idoli, delle persone da stimare e so benissimo come ci si sente di fronte a colui che
per noi è quasi una divinità, colui che rappresenta tutto quello che vorremo essere o almeno assomigliare.
Ho apprezzato molto come Sereni si sia impegnato nel descrivere e raccontare il suo idolo del calcio,
Giuseppe Meazza. Sereni descrive questa figura come un eroe; quella persona che, una volta trovata, non
riesci più a perdere di vista. Colui che influenza in modo significativo la tua vita e il tuo modo di essere. Ce
ne sono pochi di idoli veri ma ce ne sono. Ognuno di noi, anche se in modo involontario, ricerca nei propri
idoli delle caratteristiche specifiche, delle sensazioni specifiche, ricerca qualcosa che possa essere simile a
ciò che rispecchia la nostra anima, il nostro essere. Un idolo deve essere una guida, un punto di riferimento.
Giuseppe Meazza era per Sereni la stella più luminosa di tutto l’universo, quell’ancora che l’avrebbe salvato
da qualsiasi mare in tempesta. La figura del “Peppino nazionale”, è stata celebrata da Sereni in molte
occasioni e mi piacerebbe riportare alcune citazioni qui di seguito.
Meazza aveva questo di diverso dagli altri giocatori: non dava mai l’impressione dello sforzo, minimo era in
lui lo scarto tra intenzione ed esecuzione; quando falliva non perdeva la linea, aveva una sua eleganza nel
cadere, nel rinunciare a rincorrere la palla troppo lunga. A vederlo in azione da vicino non accadeva di
osservare – come avviene per quasi tutti gli altri – alcuno squilibrio tra la linea pura del gioco, quale appare
osservato dall’alto di una tribuna, e quel tanto di inevitabile e troppo materiale scompostezza che
caratterizza l’atleta in sudore visto da presso e colto nei singoli movimenti. Aveva in tutto questo perfino
qualcosa di disumano, certamente di olimpico.
Molte stagioni, molti anni sono bruciati in questa figura ormai astratta che, prima del sonno, si stagliava nel
buio fra i punti luminosi in cui, dopo un lungo pomeriggio domenicale passato all’aperto, si frantumano i
colori delle maglie, il verde del prato, il nero della folla… Immagini come queste sembrano passare illese
attraverso il nostro tempo, quasi che i mutamenti di regime, le guerre, le distruzioni non le toccassero;
queste immagini che parrebbero soltanto un prodotto dei nostri occhi in cerca di svago e che invece si
caricano dei nostri sentimenti di quell’ora, di quel giorno: pretesti che il nostro disappunto e la nostra gioia
di fronte alla vicenda sportiva si concedono per dare uno sfogo ad altro che è più intimo, più segreto in noi e
nelle nostre giornate. Quanta parte della nostra giovinezza il “Peppino nazionale” s’è portato con sé
domenica scorsa quando è sceso per l’ultima volta nel sottopassaggio?

Nella prima citazione ci troviamo di fronte ad un vero e proprio elogio, all’esaltazione di quella bellezza
pura che solo un vero idolo come Meazza sa sprigionare. Nella seconda invece, assistiamo alla celebrazione
del campione nerazzurro, il “Peppino nazionale” che, giunto al termine della sua carriera calcistica, si vede
costretto ad abbandonare la squadra e il campo da gioco. Abbandonare, in modo figurativo ma nel suo
cuore si sa che questo non succederà mai. Questo “addio al calcio” da parte di Meazza innesca in Sereni
molte riflessioni interiori. Il ritiro da uno sport e in questo caso dal calcio, penso sia il passaggio più difficile
in assoluto per qualsiasi giocatore. Dopo una grande carriera di successi e insuccessi, abbandonare la tua
più grande passione è un passo durissimo da fare. Siamo abituati, come tifosi e telespettatori ad assistere
all’ultima partita, alla grande festa che corona l’addio dal campo di un grande calciatore. Penso a Francesco
Totti oppure ad Alessandro Del Piero, quando nel 2012, terminò la sua carriera con la maglia bianconera.
Mi ricordo tutto lo stadio in lacrime e pure noi, juventini, milanisti, interisti che fossimo, abbiamo percepito
anche da casa quel mix di emozioni di gioia e dispiacere, per un campione con la c maiuscola, per colui che
ha sempre portato in alto la sua squadra e l’ha sempre considerata “la storia di un grande amore”. Sono
eventi che fatichi a dimenticare, perché hanno lasciato un segno nella vita del calcio e nella vita di tutti noi.
Quello che mi sono sempre chiesta è come si senta un calciatore così importante a fine carriera, cosa provi
e come gestisca tutto questo. È difficile immedesimarsi in una situazione così grande ma Vittorio Sereni ci
ha provato e a mio parere ci è riuscito molto bene. Il suo intento era quello di cercare di comprendere e
descrivere cosa prova un calciatore, una “vecchia gloria”, a stare fuori dal campo, a guardare la partita da
spettatore e non più da protagonista.
C’è voluta una sera come questa per lasciarmi convincere a venire. La solitudine, l’isolamento in mezzo alla
folla anonima provoca in me un sentimento uguale e contrario a quello che provavo sul campo. Non so
come dirlo: vorrei che qualcuno mi vedesse non visto e in certi momenti mi sembra che questo desiderio si
avveri, che io sia assistito da qualcuno che non c’è e che pure sento presente, dall’anima lontana, eppure
avvertibile nell’aria, di chi invece non c’è e sta vivendo altrove e difficilmente mi pensa. Vorrei che mi
seguisse di pensiero in pensiero e insomma che vivesse i miei pensieri, come una volta i gesti, via via che li
penso. Impossibile, come individuare la faccia che sta dietro la fiammella sprizzante laggiù in questo
momento?
Quanto mi è piaciuto leggere queste parole, quanto sono rimasta colpita da tanta originalità di scrittura e
dalla voglia di mettersi in gioco del poeta. Ho percepito queste frasi come un bisogno da parte di Sereni di
provare a riconoscersi nelle emozioni di un grande campione, provare a capire la sua anima e la sua
fragilità, visto che quest’ultima non è una caratteristica che viene spesso accostata ad un calciatore, anzi,
agli occhi dei tifosi è quasi negativo che un campione possa essere anche fragile, sensibile. In questo caso,
le parole che Sereni scrive riguardano il suo Meazza e le scrive in prima persona, in modo che chi legge
percepisca davvero che è il campione a parlare. Sono parole, frasi, che possiamo benissimo attribuire a
qualsiasi atleta, di qualsiasi sport. Sono perlopiù emozioni tristi quelle che prova un giocatore alla fine della

sua carriera o alla fine di una lunga esperienza in una squadra. Sono sensazioni di dispiacere e forse anche
di paura perché ci si allontana da un mondo in cui ci si è sentiti amati e protetti.
Distaccandomi un attimo dal calcio ma non da Sereni, vorrei spendere due parole nel dire quanto sia
rimasta affascinata da un breve scritto del poeta sul suo idolo del ciclismo: Fausto Coppi. Uno dei fenomeni
sportivi più belli in assoluto è sicuramente la rimonta, la rinascita di un campione o di una squadra data per
spacciata. In questo caso si parla di ciclismo e Fausto Coppi, ormai trentacinquenne, dato per sconfitto da
tutti riesce invece a vincere più gare. È di una di queste che Sereni deicide di parlare e raccontare in modo
molto appassionato e pieno di significato la rimonta di un grande campione.
Il campione che dicono finito, che pareva intoccabile dallo scherno del tempo e per minimi segni da una
stagione all’altra di sé fa dire che più non ce la fa e invece nella corsa che per lui è alla morte ancora ce la fa,
è quello il suo campione. Lo si aspettava all’ultimo chilometro: “se vedremo spuntare laggiù una certa
maglia…” e qualcosa l’annuncia, un movimento di gente giù alla curva, uno stormire di voci che si
approssima un clamore un boato, è incredibile è lui è solo s’è rialzato ha staccato le mani ce l’ha fatta…
Ho voluto proporre questo scritto perché penso rappresenti perfettamente le emozioni che provano i tifosi
nel scorgere da lontano la persona che ormai non immaginavano più di vedere, colui che si trovava “nella
corsa che per lui era alla morte”, quel campione che nonostante tutto e tutti ce l’aveva fatta ancora una
volta. Da qui mi collego all’ultimo argomento che mi ha colpito tanto leggendo e rileggendo i pensieri di
Sereni: il tifo.
Non penso ci sia una definizione abbastanza esaustiva della parola “tifo” perché per ognuno di noi può
presentare più significati. Ormai siamo abituati a stadi pieni zeppi di persone, alla gente che si scatena a
bordo pista per incitare i propri idoli e campioni, a chi si fa ore e ore di strada anche solo per vedere da
lontano, qualche piccolo puntino che corre su e giù per il campo. Ecco, per queste persone, il tifo è quasi
una cosa sacra, un rito, è la possibilità di fare sentire la propria presenza a chi ci sta facendo amare quel
determinato sport, è la dimostrazione più naturale possibile di affetto verso uno sport, verso un campione.
Purtroppo, il tifo non è sempre positivo. A volte, oltre a presentarsi in forma troppo violenta, può anche
essere un fenomeno razziale ma, se si svolge nel rispetto di tutti, giocatori o tifosi che siano, è un fenomeno
sano al cento per cento. È un momento di libertà che ti fa sentire vivo a tutti gli effetti. Vittorio Sereni
apparteneva a quella categoria di persone che ritenevano il tifo un elemento fondamentale non solo nello
sport ma anche nella vita. Fan sfegatato dell’Inter, amava recarsi allo stadio, su quelle gradinate scomode a
tifare con tutto sé stesso la sua squadra del cuore, per quei tanto attesi 90 minuti che molto spesso
sembrano non finire mai.
La radice del tifo è reperibile qui: nel punto in cui avverti il nesso tra il tuo carattere e la sembianza, la cifra
che la squadra assume ai tuoi occhi, per analogia ma anche per contrasto o semplicemente per

complementarità all’immagine che hai di te stesso. Diventa una metafora della tua esistenza la sorte della
squadra – senza per questo diventare la tua stessa sorte, che sarebbe davvero troppo – è un possibile
diagramma del tuo destino: o, con parole meno solenni, di come vanno o possono andarti, nel bene e nel
male, le cose.
Queste sono le parole che Sereni utilizza per descrivere il tifo. È il contesto che genera il tifo. È lo sport
stesso, con i suoi valori e suoi messaggi che innesca nelle persone la voglia e la necessità di diventare tifosi.
Una volta diventato tifoso, è difficile tirarsi indietro quando la tua squadra sta per affrontare una partita,
che può essere la più facile come la più difficile ma che agli occhi dei tifosi rimarrà sempre una partita da
tifare con tutte le proprie forze. L’essere tifosi ci dà la possibilità di sentirci parte di qualcosa, di sentirci
compresi e sostenuti. Essere tifati anche è una bella sensazione. A mio parere, solo chi è stato tifato almeno
una volta nella vita, in una qualsiasi situazione che non per forza deve riguardare lo sport, solo lui, riuscirà a
percepire davvero l’importanza di avere qualcuno a fianco, di avere qualcuno che ti sostiene in ogni tuo
passo. Sereni con questa riflessione cerca di indagare l’origine e l’essenza del tifo, forse per cercare di dare
una risposta al pubblico o forse per dare una risposta a sé stesso e a tutte le domande che si è sempre
posto.
Non ho volontariamente parlato della figura del “fantasma nerazzurro” che accompagna Sereni nel corso di
tutta la sua vita perché è una figura troppo astratta, forse è anche troppo soggettiva per poter essere
descritta. Sereni infatti dichiara di essere preda di una vera e propria “infatuazione”, di una scelta, una
passione che in un certo senso è nata senza un motivo preciso. Ecco cosa ribadisce nella conclusione del
suo scritto: All’origine c’è un oscuro fatto personale, o piuttosto una predilezione, la scelta di un colore fatta
una volta per tutte e non veramente motivabile, che si è oscuramente mutato in fatto personale, con tutto
l’orgoglio e le ansie e le viltà piccole e grosse di questo.
Ho adorato queste parole fin dal primo momento in cui le ho lette. Devo ringraziare Sereni per aver cercato
in tutti i modi di portare in alto il valore di una passione, per aver ribadito che una passione non nasce per
caso, nasce perché ne abbiamo bisogno, nasce perché senza passioni non si può vivere e perché è grazie a
queste che impariamo a stare nel mondo. Il fatto che non si possa spiegare il motivo per cui è nata una
passione, non significa che questa non valga nulla. Lo ringrazio per aver cercato anche lui, come Saba di
descrivere gli eventi nella loro semplicità.
Per concludere, ci tengo a dire che mi è davvero piaciuto scoprire tutte queste poesie perché rispecchiano
un po’ il mio modo di essere e di fare. Amo le piccole cose, i piccoli gesti perché sono convinta che siano
questi a fare davvero la differenza, in tutti i campi. Mi è piaciuto molto immergermi nella lettura di grandi
poeti come Umberto Saba e Vittorio Sereni e spero con tutto il cuore che queste grandi opere sullo sport,
non vengano accantonate ma anzi, che vengano pure proposte nelle scuole. È vero che nel Novecento ci
sono stati tanti altri grandi poeti come ad esempio Ungaretti e Montale ma ricordiamoci che moltissimi

ragazzi sono appassionati di calcio e di sport e perché non sfruttare l’occasione, visto che abbiamo le carte
in regola per farlo, di proporre qualche poesia sul calcio a scuola? Sarebbe sicuramente un grande passo
avanti sia per il mondo della scrittura sia per il mondo dello sport!

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